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ADRIANO TANGO

“Le Scienze” titola: La difficile lotta a bufale e teorie complottiste sul coronavirus

Riportando quasi integralmente, in quanto poco stralciabile, il testo di questo bilancio della rivista “Le Scienze”, articolo sempre selezionato da Silvestro, non intendo riaccendere inutili diatribe, cui non intendo partecipare, ma semplicemente fare informazione per chi fosse frastornato da tanto rumore.   Gruppi di scienziati seguono la diffusione delle false informazioni riguardo a COVID-19 su

Riportando quasi integralmente, in quanto poco stralciabile, il testo di questo bilancio della rivista “Le Scienze”, articolo sempre selezionato da Silvestro, non intendo riaccendere inutili diatribe, cui non intendo partecipare, ma semplicemente fare informazione per chi fosse frastornato da tanto rumore.

 

Gruppi di scienziati seguono la diffusione delle false informazioni riguardo a COVID-19 su mezzi di comunicazione e social network nella speranza di riuscire a contenerla, perché in una crisi sanitaria globale bufale e teorie complottiste non si limitano a trarre in inganno, ma potrebbero essere anche questione di vita o di morte.
Nei primi mesi del 2020, in rete sono spuntate sfrenate teorie complottiste su Bill Gates e il nuovo coronavirus. Secondo una di queste il miliardario Gates, cofondatore della Microsoft e filantropo che ha
finanziato progetti per trovare terapie, vaccini e tecnologie con cui affrontare il virus, in realtà è il suo
creatore. Stando a un’altra teoria l’ha brevettato, mentre una terza sostiene che usi i vaccini per tenere
sotto controllo le persone. Le tesi false hanno proliferato silenziosamente tra i gruppi predisposti a
diffondere il messaggio: persone contrarie ai vaccini, alla globalizzazione o alle violazioni della privacy
permesse dalla tecnologia. Poi una è arrivata al grande pubblico.
Il 19 marzo il sito web Biohackinfo.com ha sostenuto erroneamente che Gates prevedesse di usare un
vaccino per il coronavirus come stratagemma per monitorare le persone iniettando loro un microchip, o
attraverso un software spia basato su punti quantici. Due giorni dopo, su YouTube un video dedicato a
questa idea ha cominciato ad attirare traffico, fino a sfiorare i due milioni di visualizzazioni. L’idea è
arrivata a Roger Stone – ex consigliere del presidente degli Stati Uniti Donald Trump – che ad aprile ha
discusso la teoria in un programma alla radio, aggiungendo che non si fiderebbe mai di un vaccino
contro il coronavirus finanziato da Gates.
Di questa intervista ha parlato il “New York Post”, che non ha smentito la tesi. Così su Facebook
l’articolo ha ricevuto like ed è stato condiviso o commentato da quasi un milione di persone. “È una
prestazione migliore rispetto a gran parte delle notizie sui media mainstream”, spiega Joan Donovan, sociologa della Harvard University a Cambridge, in Massachusetts.
Donovan sorveglia il percorso di questo pezzo di disinformazione come se fosse un’epidemiologa che
segue la trasmissione di un nuovo virus. Come nel caso di un’epidemia, in alcuni momenti avviene un
“super-contagio”: dopo che il “New York Post” ha trasmesso la notizia, varie figure di spicco, con quasi
un milione di follower su Facebook, hanno postato a loro volta commenti allarmati, come se la storia di
Gates che progetta vaccini per tracciare le persone fosse vera.
Le teorie complottiste su Gates fanno parte di un oceano di informazioni false su COVID-19 che si
stanno diffondendo on line. Ogni notizia di grande rilievo è circondata da dicerie e propaganda, ma
COVID-19 è “la tempesta perfetta per la diffusione di voci false e fake news”, commenta Walter
Quattrociocchi, data scientist all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Le persone trascorrono più tempo a
casa e cercano in rete risposte a una situazione incerta e in rapido cambiamento.
“L’argomento è controverso, spaventoso, coinvolgente. Ed è davvero facile per chiunque trovare
informazioni coerenti con le proprie credenze”, continua Quattrociocchi. L’Organizzazione mondiale
della Sanità (OMS) ha definito la situazione un’infodemia: “Una sovrabbondanza di informazioni –
alcune accurate, altre no – che rendono difficile trovare fonti attendibili e una guida affidabile”.
Per gli scienziati che studiano come si diffondono le informazioni, COVID-19 è un oggetto di ricerca
ineguagliabile: “Permette di vedere come tutto il mondo segue un certo argomento”, spiega Renée
diResta dello Stanford Internet Observatory, in California. Al pari di molti altri, si sta prodigando per
seguire e analizzare le svariate falsità che circolano: sia la semplici informazioni errate, che però non
sono deliberatamente ingannevoli (ovvero la “misinformazione”), sia la cosiddetta “disinformazione”,
studiata a tavolino proprio per essere fuorviante.
In una crisi sanitaria globale le informazioni false non si limitano a fuorviare, ma potrebbero essere
questione di vita o di morte se le persone cominciano ad assumere farmaci dall’efficacia non
dimostrata, a ignorare le raccomandazioni per la salute pubblica o a rifiutare un vaccino contro il
coronavirus, quando sarà disponibile.

Senza filtro I ricercatori monitorano da anni il flusso di informazioni on line e sanno abbastanza bene come
nascono e si diffondono le voci non attendibili. Negli ultimi 15 anni la tecnologia e il cambiamento
delle norme sociali hanno eliminato molti filtri che una volta si applicavano all’informazione, come
sostiene Amil Khan, direttore dell’agenzia di comunicazione Valent Projects di Londra, che ha lavorato
per il governo britannico all’analisi della misinformazione.

Per studiare l’infodemia attuale, analisti di dati e ricercatori della comunicazione stanno studiando
milioni di messaggi sui social media. Un gruppo guidato da Emilio Ferrara, analista di dati all’University
of Southern California a Los Angeles, ha pubblicato un insieme di dati provenienti da oltre 120 milioni
di tweet sul coronavirus. Manlio De Domenico, fisico teorico alla Fondazione Bruno Kessler di Trento,
dove si occupa di ricerca sull’intelligenza artificiale, ha allestito quello che definisce un “osservatorio
sull’infodemia”, usando un software automatizzato per monitorare ogni giorno 4,7 milioni di tweet su
COVID-19. (Il numero effettivo è più alto, ma Twitter non permette al gruppo di seguirne di più.)
De Domenico e il suo gruppo valutano il contenuto emotivo dei tweet e, dove possibile, la regione da cui
sono stati inviati. Poi eseguono una stima della loro attendibilità in base alle fonti a cui linka un messaggio. (Come molti analisti di dati, per distinguere fonti di notizie e affermazioni attendibili da quelle non attendibili si affidano al lavoro di fact-checking svolto da giornalisti.) Analogamente, a marzo Quattrociocchi e i suoi colleghi hanno presentato un insieme di dati relativi a circa 1,3 milioni di post e 7,5 milioni di commenti su COVID-19 provenienti da varie piattaforme di social media, tra cui Reddit, WhatsApp, Instagram e Gab (noto per la sua utenza di destra), dal primo gennaio a metà febbraio.
Uno studio del 2018 ha indicato che in genere su Twitter le notizie false circolano più velocemente di
quelle vere. Ma nel caso di questa pandemia – spiega Quattrociocchi – non è sempre così. Il suo
gruppo ha seguito alcuni esempi di notizie su COVID-19 vere e false – in base alla loro classificazione
su siti di fact-checking – e ha scoperto che su Twitter i post attendibili e quelli falsi ricevevano lo stesso
numero di reazioni. Si tratta di un’analisi preliminare, non ancora sottoposta a peer review.
Ferrara afferma che, nei milioni di tweet sul coronavirus comparsi a gennaio, il dibattito non era dominato dalla misinformazione. All’inizio della pandemia gran parte della confusione dipendeva da incertezze scientifiche fondamentali sulla malattia. Le caratteristiche principali del virus, per esempio la sua trasmissibilità e il suo tasso di letalità, si potevano stimare solo con ampi margini di errore. Quando gli scienziati esperti l’hanno ammesso con onestà, spiega il biologo Carl Bergstrom dell’Università dello
Stato di Washington a Seattle, si è creato un “vuoto di incertezza” che ha permesso a fonti solo apparentemente attendibili di intervenire pur non avendo un’effettiva competenza. Si trattava – continua Bergstrom – di accademici con poche credenziali in fatto di epidemiologia, o di analisti bravi a maneggiare i numeri ma privi di una conoscenza approfondita della materia di base.
Politica e falsità
Via via che la pandemia si è diffusa negli Stati Uniti e in Europa – spiega Donovan – le informazioni
false sono aumentate. Buona parte del problema è di natura politica. In un briefing per il Parlamento
europeo ad aprile è stato detto che la Russia e la Cina stanno “conducendo campagne di informazione
parallele, per trasmettere il messaggio di fondo che gli Stati democratici stanno fallendo e i cittadini europei non possono fidarsi dei rispettivi sistemi sanitari, mentre i loro regimi autoritari sono in grado di
salvare il mondo”.
Contribuiscono al caos politico anche i messaggi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e della
sua amministrazione: per esempio l’insistenza di Trump nel parlare di coronavirus “cinese” o “di Wuhan”, il suo sostegno a “cure” non dimostrate (e perfino rischiose) e l’asserzione del segretario di Stato Mike Pompeo, non suffragata da prove, che il virus provenga da un laboratorio.
E non mancano le truffe organizzate: quest’anno – spiega Donovan – sono stati registrati oltre 68.000
domini di siti web con parole chiave legate al coronavirus. Ne ha esaminati alcuni che vendono pseudo-
terapie per COVID-19 e altri che raccolgono informazioni personali. Gli algoritmi di ricerca di Google
posizionano le informazioni dell’OMS e altre istituzioni sanitarie pubbliche più in alto rispetto a quelle
di altre fonti, ma le graduatorie variano in base ai termini di ricerca inseriti. Alcuni siti truffaldini –
continua Donovan – sono riusciti ad avvantaggiarsi usando una combinazione di parole chiave
ottimizzate e mirate a un pubblico specifico, per esempio a chi ha appena perso il lavoro.
Diffusione di obiettivi
Molte delle falsità che circolano on line non hanno fonti o intenzioni evidenti. Spesso invece partono
dalla mobilitazione di gruppi di nicchia che promuovono i propri obiettivi. Neil Johnson, fisico alla
George Washington University a Washington, DC, ha riferito che narrazioni false su COVID-19
prosperano nelle comunità on line di estremisti e gruppi “di odio” di estrema destra, ospitati in
piattaforme poco regolate tra cui VKontakte, Gab e 4Chan, così come altre che vanno per la maggiore,
per esempio Facebook e Instagram.
Secondo lo studio, un “multiverso di odio” sta sfruttando la pandemia di COVID-19 per diffondere
razzismo e altri obiettivi malevoli, trasformando una serie di messaggi inizialmente abbastanza differenti e incoerenti in poche narrazioni dominanti, come l’accusa a ebrei e immigrati di avere creato o diffuso il virus, o l’idea che sia un’arma usata dallo “Stato profondo” per limitare l’incremento demografico.
Una caratteristica preoccupante di questa rete è la sua capacità di attirare utenti dall’esterno sfruttando
quelli che Johnson e il suo gruppo chiamano link “wormhole”. Si tratta di scorciatoie provenienti da una
rete dedicata ad argomenti piuttosto diversi. Secondo i ricercatori, il multiverso dell’odio “si comporta
come un imbuto globale, in grado di risucchiare le persone da un gruppo mainstream ospitato su una
piattaforma che investe notevoli risorse nella moderazione, per indirizzarle su piattaforme meno
moderate come 4Chan o Telegram”.
Di conseguenza – spiega Johnson – iniziano a circolare idee razziste anche nelle comunità no-vax.
“L’aumento della paura e della misinformazione su COVID-19 ha permesso a chi diffonde malafede e
odio di entrare in contatto con un pubblico di orientamento più convenzionale grazie a un argomento di
interesse comune, potenzialmente spingendolo verso idee intolleranti”, afferma nell’articolo il suo
gruppo.
Donovan ha visto emergere strane amicizie negli attacchi a Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore
generale dell’OMS. Alcuni gruppi con sede negli Stati Uniti, che spesso pubblicano contenuti di stampo
nazionalista bianco, stanno diffondendo vignette razziste su di lui che somigliano a quelle postate da
attivisti a Taiwan e Hong Kong. Questi ultimi gruppi da tempo accusano l’OMS di essere collusa con il
Partito comunista cinese dato che, come tutte le agenzie delle Nazioni Unite, considera le due regioni
parte della Cina continentale. “Stiamo assistendo alla formazione di alleanze insolite”, commenta
Donovan.
Diffusione pericolosa
Via via che le informazioni false si diffondono, possono diventare letali. A inizio marzo, su Twitter
alcuni imprenditori e investitori nel settore tecnologico hanno condiviso un documento che esaltava
prematuramente come antivirale contro COVID-19 la clorochina, un vecchio farmaco antimalarico. Il
documento, secondo cui il farmaco aveva ottenuto risultati positivi in Cina e Corea del Sud, è stato
ampiamente diffuso prima ancora che il 17 marzo fossero pubblicati on line i risultati di un piccolo
studio non randomizzato eseguito in Francia sull’idrossiclorochina, un farmaco simile. Il giorno
seguenta Fox News ha dato spazio a uno degli autori del documento originale. E il giorno seguente, a
una conferenza stampa Trump ha definito i farmaci “molto efficaci”, pur senza prove.
Con Google Trends, Donovan ha scoperto che a metà marzo su Google ci sono stati leggeri picchi nelle
ricerche di idrossiclorochina, clorochina e chinino; l’aumento più consistente è avvenuto il giorno delle
affermazioni di Trump. “Proprio come carta igienica, mascherine e disinfettante per le mani – continua
– un prodotto necessario sarebbe andato a ruba.” E in effetti da qualche parte è successo proprio così,
con preoccupazione di chi assume questi farmaci per curare malattie come il lupus. Gli ospedali hanno
segnalato avvelenamenti in persone che hanno subito effetti collaterali tossici di pillole contenenti
clorochina, e il farmaco è stato richiesto da un numero così alto di persone affette da COVID-19 che ha
bloccato gli studi clinici su altre terapie.
È stato esaminato in particolare il ruolo di Fox News nella diffusione di informazioni false e pericolose.
In un sondaggio telefonico effettuato a inizio marzo negli Stati Uniti su 1000 persone scelte a caso, gli
studiosi della comunicazione hanno rilevato che i soggetti propensi a informarsi con i media
radiotelevisivi e la stampa mainstream avevano conoscenze più precise sulla letalità della malattia e
sulle misure di protezione dal contagio rispetto a chi si informava soprattutto con i media conservatori
(come Fox News e il programma radio di Rush Limbaugh) o sui social media. E questo anche tenendo
conto di fattori come affiliazione politica, genere, età e livello di istruzione.
Questi risultati fanno eco a un altro studio, non ancora sottoposto a peer review, in cui alcuni
economisti dell’Università di Chicago, in Illinois, hanno cercato di analizzare come due conduttori di Fox
News abbiano influito sull’opinione dei telespettatori a febbraio, quando il coronavirus ha iniziato a
diffondersi al di fuori della Cina. Un conduttore, Sean Hannity, ha sminuito il rischio rappresentato dal
coronavirus, accusando i democratici di usarlo come arma contro il presidente; l’altro, Tucker Carlson,
ha riferito che la malattia era grave. Lo studio ha rilevato che nelle aree del paese in cui i telespettatori
hanno visto di più Hannity, i contagi e le vittime sono stati più numerosi che nelle zone in cui era stato
più seguito Carlson; questa divergenza è scomparsa quando Hannity ha cambiato posizione, cominciando a prendere sul serio la pandemia.
De Domenico è incoraggiato dal fatto che, di pari passo con la crisi, nelle persone si sia rafforzata
anche la voglia di trovare informazioni più affidabili. “Quando COVID-19 ha cominciato a colpire
ciascun paese – racconta – abbiamo osservato un comportamento molto diverso. Le persone hanno
iniziato a consumare e condividere notizie più attendibili da fonti fidate.” Naturalmente – aggiunge
Donovan – l’obiettivo è far sì che la gente ascolti i migliori consigli possibili sul rischio prima di vedere
morire le persone intorno a sé.
Appiattire la curva
In marzo il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha cominciato a diffondere informazioni false sui
social media – postando un video che sosteneva erroneamente l’efficacia dell’idrossiclorochina come
terapia per COVID-19 – ma è stato fermato subito. Twitter, Facebook e YouTube hanno preso una
decisione senza precedenti: cancellare i post di un capo di Stato a causa dei danni che avrebbero
potuto provocare.
Le piattaforme dei social media hanno intensificato gli sforzi per segnalare o cancellare la misinformazione e guidare il pubblico verso fonti attendibili. A metà marzo Facebook, Google, LinkedIn, Microsoft, Reddit, Twitter e YouTube hanno pubblicato una dichiarazione congiunta in cui spiegavano che stavano collaborando per “lottare contro frodi e la misinformazione sul virus”. Facebook e Google, per esempio, hanno vietato le pubblicità di “cure miracolose” o mascherine a prezzi eccessivi. YouTube promuove video con informazioni “verificate” sul coronavirus.
Spesso le piattaforme dei social media si affidano ai fact-checker di organizzazioni mediatiche
indipendenti per segnalare i contenuti fuorvianti. A gennaio 88 di queste organizzazioni in tutto il
mondo si sono coalizzate per far confluire le loro verifiche delle dichiarazioni su COVID-19 in una banca
dati gestita dall’International Fact-checking Network (IFCN), appartenente al Poynter Institute for Media
Studies di St. Petersburg, in Florida. Attualmente la banca dati contiene oltre 6000 esempi e l’IFCN sta
invitando gli accademici a esaminare i dati. (Un altro sito, il Fact Check Explorer di Google, comprende
oltre 2700 verifiche su COVID-19.)
Ma alcune organizzazioni di fact-checking, per esempio Snopes, hanno ammesso di essere sommerse
dalla quantità di informazioni che devono affrontare. “Il problema dell’infodemia è la sua dimensione
gigantesca: collettivamente produciamo molte più informazioni di quante ne possiamo effettivamente
analizzare e consumare”, commenta De Domenico. “Anche migliaia di fact-checker professionisti
potrebbero essere insufficienti.”
Scott Brennen, studioso di comunicazione all’Oxford Internet Institute, nel Regno Unito, e colleghi hanno
scoperto che le aziende dei social media hanno svolto discretamente il lavoro di eliminare i post
ingannevoli, considerando la difficoltà del compito. Il gruppo ha seguito 225 notizie sbagliate sul
coronavirus, che erano state indicate come false o fuorvianti nelle banche dati dell’IFCN o di Google da
fact-checker indipendenti.
In un rapporto del 7 aprile il gruppo ha rilevato che entro fine marzo su YouTube e Facebook solo il 25
per cento circa di queste affermazioni false era ancora al suo posto senza messaggi di avvertimento,
mentre su Twitter la quota era del 59 per cento. E Ferrara aggiunge che circa il 5 per cento degli 11
milioni di utenti di Twitter studiati finora dal suo gruppo nella sua banca dati su COVID-19 sono stati
cancellati per avere violato le condizioni d’uso della piattaforma, ed erano per lo più account
particolarmente attivi.
Alcuni creatori di contenuti – osserva Donovan – hanno però trovato modi per essere scoperti più tardi
dai moderatori dei social media, sfruttando la cosiddetta “viralità nascosta”. Un modo è postare i
contenuti nei gruppi privati di Facebook. Dato che la piattaforma si affida in gran parte agli utenti per la
segnalazione di informazioni scorrette, le condivisioni di post ingannevoli nelle comunità private sono
segnalate più raramente perché nel gruppo tutti tendono a essere d’accordo.
Donovan ha studiato i gruppi on line di suprematisti bianchi, e spiega che molti contenuti di stampo Alt-
right [movimento della destra alternativa alle posizioni del conservazionismo tradizionale, NdT] erano
segnalati ai moderatori solo quando trapelavano pubblicamente su Facebook. Usando CrowdTangle,
uno strumento di monitoraggio dei social media appartenente a Facebook, Donovan ha scoperto che
oltre il 90 per cento del milione circa di interazioni legate all’articolo del “New York Post” sul complotto
di Gates con i vaccini erano in pagine private.
Un altro modo in cui i manipolatori aggirano la moderazione – spiega Donovan – è condividere lo
stesso post da un altro punto della rete. Per esempio, quando su Facebook si è cominciato a condividere un articolo secondo cui in Cina COVID-19 avrebbe provocato 21 milioni di vittime, Facebook ha aggiunto un’etichetta per indicare che conteneva informazioni incerte e ne ha ridotto il ranking in modo che non ricevesse la priorità in una ricerca (la Cina ha confermato un numero di morti nettamente minore: 4638).
Subito però gli utenti hanno iniziato a postare una copia dell’articolo che era stata salvata nell’Internet
Archive, un sito web che conserva i contenuti. Questa copia è stata condivisa 118.000 volte prima che
Facebook aggiungesse al link un avvertimento. Un altro post, sul sito web Medium, è stato cancellato
dal sito perché affermava erroneamente che tutte le informazioni biomediche note su COVID-19 erano
false, e presentava una teoria poco plausibile. Prima di essere eliminato ha ottenuto alcune
condivisioni, ma ne rimane una versione su un sito di archivio: ha raggiunto 1,6 milioni di interazioni e
310.000 condivisioni su Facebook, numeri che sono ancora in crescita.
Quattrociocchi spiega che, di fronte alla regolazione dei contenuti presenti su piattaforme come Twitter
e Facebook, alcune informazioni false non fanno altro che migrare altrove: attualmente – continua –
Gab e WhatsApp sono meno regolate. E la sorveglianza dei social media non può essere completa: “Se
qualcuno si impegna davvero – aggiunge Ferrara – anche quando è stato sospeso, ricomincia creando
un altro account”.
Donovan concorda, ma sostiene che i gestori dei social media potrebbero applicare una moderazione
più potente e veloce, per esempio scoprendo quando i post che sono già stati segnalati o cancellati
ricompaiono con link diversi.
Inoltre – continua – forse queste aziende dovrebbero modificare la propria linea sull’ammissione del
dibattito politico quando mette a rischio delle vite. Sostiene che sempre più spesso la misinformazione
sanitaria è nascosta in messaggi che a un primo sguardo sembrano di natura strettamente politica. In
Facebook il gruppo “Re-Open Alabama”, che incitava alle proteste contro la quarantena, ha presentato
un video (visto 868.000 volte) in cui un medico sosteneva che i suoi colleghi avevano appurato che
COVID-19 è simile all’influenza, “mostrando che le persone sane non hanno più bisogno di isolarsi”.
Simili messaggi – spiega Donovan – potrebbero indurre qualcuno a ignorare le direttive di salute
pubblica, mettendo a rischio molte vite. Facebook però è riluttante a frenare questi messaggi perché
sembrano esprimere opinioni politiche. Donovan aggiunge: “È importante dimostrare ai gestori delle
piattaforme che non si tratta di moderare un dibattito politico. Devono vedere su quale tipo di
misinformazione sanitaria si basa la loro tesi che le restrizioni siano ingiustificate”. (Facebook non ha
risposto a una richiesta di commenti.)
Donovan sta cercando di insegnare ad altri a individuare i percorsi della misinformazione: come nel
caso di un’epidemia virale, è più facile frenarne la diffusione se si identificano vicino alla fonte, quando
hanno contagiato meno persone. Dai suoi finanziatori, tra cui Hewlett Foundation di Menlo Park,
California, e Ford Foundation di New York City, dispone di fondi per oltre un milione di dollari per
raccogliere casi di studio sul modo in cui si diffonde la misinformazione e per insegnare a giornalisti,
ricercatori universitari e decisori politici ad analizzare i dati dei post e le tendenze della loro
condivisione.
Conquistare la fiducia
Secondo DiResta, l’impegno per aumentare la visibilità delle informazioni attendibili, e applicare
un’etichetta di avvertenza a quelle inaffidabili, non sempre può portare i risultati sperati. Spiega: “Se le
persone pensano che l’OMS sia antiamericana, che Anthony Fauci sia corrotto o Bill Gates sia
malvagio, mettere in evidenza una fonte alternativa non serve a molto, se non a far pensare che quella
piattaforma sia in combutta con quella fonte. Il problema non sta nella carenza di fatti, ma nelle fonti
di cui ci si fida”.
Brennen è d’accordo: “Chi fa parte di comunità complottiste – osserva – pensa di fare il proprio dovere:
essere un utente critico dei media. Pensa di fare le proprie ricerche, e che quanto può trovare consenso
nell’opinione pubblica sia a sua volta misinformazione”.
Quello stato d’animo si può intensificare se le autorità preposte alla salute pubblica non ispirano
fiducia, per esempio dando di settimana in settimana indicazioni diverse sulle mascherine o
sull’immunità a COVID-19. Secondo alcuni ricercatori, le autorità potrebbero spiegare meglio le prove, o
la mancanza di prove, alla base delle loro decisioni.
Per ora, negli Stati Uniti i sondaggi indicano che l’opinione pubblica sostiene ancora i vaccini. Ma chi
protesta contro di essi è più rumoroso. Per esempio, ai raduni di protesta contro i lockdown tenutisi a
maggio in California, alcuni manifestanti portavano cartelli con scritto “No ai vaccini obbligatori”. I
centri on line del movimento anti-vaccinazioni stanno cogliendo al volo l’occasione di COVID-19, spiega
Johnson: “Sembra quasi che non vedessero l’ora. Dà corpo a tutto quello che hanno continuato a dire.”

 

Si riproduce nel rispetto della legislazione sul copyriglìht, in quanto documento diffuso a scopo di discussione.

ADRIANO TANGO

17 Giu 2020 in Scienze

10 commenti

Commenti

  • Una valanga di non-sense. Non c’è niente in questo articolo che abbia lontanamente l’aria di un dato certo o di una realtà dimostrata. È solo un’accozzaglia di concetti tendenziosi. Il termine ‘falso’ è sempre inteso a priori, prescindendo da ogni spiegazione. Ossia: “è falso perché te lo dico io”. Ne cito un esempio:
    “In marzo il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha cominciato a diffondere informazioni false sui social media – postando un video che sosteneva erroneamente l’efficacia dell’idrossiclorochina come terapia per COVID-19 – ma è stato fermato subito. Twitter, Facebook e YouTube hanno preso una decisione senza precedenti: cancellare i post di un capo di Stato a causa dei danni che avrebbero potuto provocare”.
    “Informazioni false”… “sosteneva erroneamente”… “i danni che avrebbe potuto provocare”. Ma chi lo dice? Si dà per scontato che l’idrossiclorochina sia priva di efficacia come terapia anti covid, e anzi faccia danno, e che quindi i social abbiano fatto bene a censurare Bolsonaro. Ma su quali basi lo si afferma? Non è dato saperlo. Ricordo che, al contrario, i dati clinici hanno mostrato invece buoni risultati in pazienti trattati con idrossiclorochina.
    E tutto il resto è uguale. Le solite banalità sui complottisti e Fox ecc.. Pura propaganda per dimostrare che i ‘dissidenti’ mentono sempre e comunque, sono terrapiattisti, paranoici, creduloni e cose del genere.
    Squallido.

  • Non c’è dubbio, c’è di che restare disorientati!
    Con questo delirio di mezzi di comunicazione che comunicano tutto ed il contrario di tutto, in un contesto di contagio che vede gli scienziati del settore e no totalmente impreparati a dare risposte univoche, anche i Governi più solidi e ben organizzati si sono trovati/si trovano in enormi difficoltà a conciliare la tutela della salute dei cittadini con la salvaguardia delle esigenze produttive che garantiscano un minimo di solidità economica.
    Dare la croce addosso ad un Governo” messo assieme” pochi mesi prima dello scoppio del contagio (poi individuato come pandemia), per porre rimedio alla follia politica di un premier di partito allettato dai sondaggi a proporsi come “uomo solo al comando”, non solo è ingeneroso, ma anche e soprattutto volutamente ignorante della responsabilità di cui si è caricato un Presidente del Consiglio (di fatto senza il sostegno di un Partito Politico di riferimento solido alle spalle) al quale credo dobbamo solo riconoscenza per il gran lavoro fatto per il bene del Paese!
    Personalmente rifuggo dal metodo di chi si spiega gli accadimenti Nazionali ed Internazionali attraverso teorie del complotto, di per se indimostrabili.
    Credo invece in quello che persone che hanno dedicato la loro vita a lavorare con serietà ed onestà sui temi di loro competenza, sono in grado di testimoniare aiutandoci così a meglio capire ed interpretare gli accadimenti che i troppi asini che ragliano narrano a loro (o di altri) piacimento.
    L’autore di questo post fa parte della prima categoria di persone da ma citata nel paragrafo precedente, ed io gli credo e lo ringrazio!

    • Io penso solo che si debba dare un’informazione corretta e diretta. Poi ch vuole aggiunga visioni oblique di quanti gradi vuole.

    • Non c’è quasi tuo commento, Franco, in cui tu non ricordi Salvini (con odio) e Conte (con amore). Tutti i fatti per te si spiegano alla luce di queste tue categorie emotive. Non si tratta di ragionare ma di odiare o amare. Quelli che non condividono i tuoi sentimenti sono asini che ragliano. Quindi è totalmente inutile discutere con te.
      Ad Adriano, che parla di “informazione corretta e diretta”, chiedo di indicarmi dove si trovi questo tipo di informazione nell’articolo qui sopra. Vi si trova qualche riferimento obiettivo alla realtà della ‘pandemia’? No, solo chiacchiericci sul fatto che “informazioni false” possano influenzare l’opinione pubblica e i comportamenti sociali. Bella scoperta! Lo sanno anche i sassi.
      Il punto è: “da che si giudica la falsità di un’informazione?” La risposta implicita dell’articolo è: “è falso tutto ciò che contraddice la versione ufficiale dei fatti”. Non serve dimostrarlo. Stabilito questo assioma, diventa facilissimo interpretare ogni dissenso rispetto al mainstream come forma di ‘complottismo’, ignoranza, paranoia ecc.. Lo ripeto, questo modo di argomentare è squallido, inaccettabile per ogni persona di media intelligenza.

  • La visione coerente alle evidenze è quella che un medico usa nella sua operatività corrente senza il rischio di accuse o condanne.
    Nella storia del pensiero vale il principio di coerenza intrinseca fra le parti, i solito discorso della nave che viene totalmente ricostruita durante la traversata per sostituire le parti dannegiate. Ogni evoluzione di pensiero, il cui merito di soliito spetta ai giovani, accade per negazione e riaffermazione, e allora diviene il pensiero ufficialmente riconosciuto. Si tratta di convenzioni sociali utilitaristiche insomma, non della verità, ma funziona.
    E ora toilettte e poi mi calo nella pratica!

    • Ma, il mio scopo, Livio, non è quello di “discutere” con chicchessia, tanto meno con te, che per dialettica, proprietà di linguaggio, capacità documentaria, possesso di cultura mi surclasseresti!
      Non è dalla “discussione” che ritengo possa sortire qualcosa di positivo, ma dal prendere attentamente in esame quello che l’altro dice! E non è uno sterile raffronto, ma quello che può accadere, in modo costruttivo dopo, dipende dal grado di “permeabilità” in dotazione della personalità di ognuno!
      Il mio scopo è quello di comunicare il mio punto di vista e prendere in esame quello dell’altro.
      Trovo davvero profondamente illusorio pretendere che dalla “discussione” emerga chi “ha ragione” e chi “ha torto”! Semplicemente “chi ha ragione” e “chi ha torto”, non esiste!
      Nella “discussione”, se mai, si radicalizzano le posizioni, magari alzando la voce, e “facendo scena”, così come insegnano le tanto gradite sceneggiate/talk show televisive per le quali gli italici teleutenti vanno matti, e dalle quali non sortisce alcunche, se non l’esaltazione di spropositati “ego” in conflitto!
      Questo il mio approccio, Livio, e …..non lo “discuto”!

  • Quindi, se io dico che in questo momento a Crema sta nevicando ho torto o ragione? Né l’uno né l’altra. Non esiste torto o ragione. È solo questione di punti di vista.

  • A cosa serve indossare la mascherina? Per dimostrare l’utilità dei dispositivi di protezione in modo semplice ed efficace uno scienziato americano, Richard Davis – direttore del laboratorio di microbiologia clinica al Providence Sacred Heart Medical Center in Spokane, Washington – ha ideato un piccolo esperimento, diventato virale in rete. Non si tratta di un esperimento sul Coronavirus, ma su come si diffondono i batteri normalmente presenti nelle goccioline respiratorie (droplets) delle persone.
    Le mascherine servono. Il distanziamento pure
    L’esperimento è semplice. Nel primo caso lo scienziato ha starnutito, cantato, parlato e tossito in direzione di alcune piastre di coltura batterica, prima con e poi senza indossare una mascherina. Il risultato è evidente: nel primo caso la mascherina blocca quasi tutte le goccioline, mentre nel secondo sono molte di più quelle arrivate “a destinazione”, come si evince dalle colonie di batteri.
    Una delle poche certezze su questo contagio da Covid-19 è che il contagio avviene attraverso le “goccioline” che si diffondono nell'”intorno” del possibile contagiatore e poi assunte dal possibile contagiato, attraverso respirazione diretta o contatta mani/bocca/naso/occhi.
    Ergo mascherine, distanziamento ed igiene personale (lavare/igienizzare spesso le mani).
    Queste le elementari, semplici, efficaci regole da seguire!!!

    • Esatto: se anche vogliamo dubitare delle eterogenee mascherine come capacità filtrante basta già il loro potere deflettente sui flussi d’aria a indicarne l’uso. Ricordiamo poi che non è una corrente elettrica il contagio, tutto o nulla, ma una carica più o meno alta si particelle infettanti, con diversi risultati sull’infettato. Consideriamo il fenomeno come una gragnola di pugni: anche uno solo può uccidere, effetto stocastico, ma generalmente si va al tappeto per una successione continua e multipla.

  • Sto approfondendo il tema. Devo dire che la ricerca italiana si fa onore, specie la Ca’ Foscari.

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