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FRANCESCO TORRISI

Una sinfonia ….incompiuta

     Amici, Vi passo, come divertissement domenicale un estratto di un gustosissimo fondo (ovviamente per me, senza obbligo alcuno di lettura, nemmeno per ….. compiacenza per chi so non gradire lo stile, il periodare di Marchino del “Fatto”) di Travaglio del 19 Giugno: “L’altro giorno, dopo le ultime performance del presidente di Confindustria Carlo Bonomi

     Amici, Vi passo, come divertissement domenicale un estratto di un gustosissimo fondo (ovviamente per me, senza obbligo alcuno di lettura, nemmeno per ….. compiacenza per chi so non gradire lo stile, il periodare di Marchino del “Fatto”) di Travaglio del 19 Giugno:

L’altro giorno, dopo le ultime performance del presidente di Confindustria Carlo Bonomi (ragioniere di Crema con un corso di economia a San Diego), un amico mi ha girato il video (disponibile sul web) di una conferenza di Mino Martinazzoli, che descriveva la nostra classe imprenditorial-manageriale con un apologo: quello del capo-azienda che regala al suo direttore del personale, un nerd efficientista bocconiano con master a Londra, un biglietto per il concerto dell ’Incompiuta di Schubert.

L’indomani il giovanotto gli consegna una relazione della serata in 5 punti :

    “1. Durante considerevoli periodi di tempo i 4 oboe non fanno nulla. Si dovrebbe ridurne il numero e distribuirne il        lavoro tra il resto dell’orchestra, eliminando i picchi d’impiego.

      2. I 12 violini suonano le medesime note. Quindi l’organico dei violinisti dovrebbe essere drasticamente ridotto.

     3. Non serve a nulla che gli ottoni ripetano suoni già eseguiti dagli archi.

     4. Se tali passaggi ridondanti fossero eliminati, il concerto potrebbe essere ridotto di almeno un quarto.

     5. Se Schubert avesse tenuto conto di queste mie osservazioni, avrebbe

terminato la sinfonia…”.

Conclusione di Martinazzoli: “Io vorrei vivere in un mondo nel quale si possa continuare a sentire l’I ncompiuta di Schubert così com’è”.

Chapeau per il gran sense of humor dal Grande Mino (è si, altri tempi quanto a “classe” di chi faceva politica!) e di Marco che non finisce mai di stupirmi per l’incredibile archivio che ospita nella capozza sua e per la capacità di utilizzarlo sempre al meglio.

Ciò detto, trovo l’apologo oltre che gustosissimo, foriero (sol che si riesca/voglia entrare in sintonia) di riflessioni illuminanti rispetto all’operato di Cassandre, con le tasche degli altri, che continuano a predicare la “cultura della crescita”!

FRANCESCO TORRISI

21 Giu 2020 in Economia

11 commenti

Commenti

  • A prescindere da ogni riferimento attuale, l’apologo è bello e istruttivo. Ricordo che molti anni fa sentii una biologa muovere appunti simili alla medicina. Quando si fanno esami, test, misurazioni cliniche, diceva, è come se prendessimo la partitura di una sinfonia di Mozart, e dicessimo “ci sono 254 fa diesis, 439 si bemolle, le trombe occupano il 18% della partitura, i violini qui sono segnati forte, là piano” ecc.ecc., pensando così si conoscere la sinfonia. E diceva che il nostro corpo è come un’immensa orchestra che suona una sinfonia di immensa complessità. Ossia, il corpo umano non può venir compreso in quel modo. E tanto meno si può comprendere così la vita degli uomini.

  • Sto ancora facendo le scale fra i livelli di comprensione… E tanto più pregevole la tua comunicazione in quanto mi risulti occupato in faccende di giardinaggio fra gli altri colli del piacentino!

    • La sapevo bene, Livio, che questo ….”domencale” avrebbe stanato il …. “musicista” che c’è in te!

  • Grazie, Adriano, fratello ….che sa!

  • Aspetto da Marino un …..”salmo” dei suoi sull’homo politicus Mino Martinazzoli, l”anima” di questo mio post!

    • Grazie Francesco. Per un periodo, circa due anni, ho collaborato, come ho già detto, al tuo giornale, “Il Fatto Quotidiano”. Ho collaborato a gratis, nonostante più di quaranta taccuini, anche due volte per cinque giorni di fila pubblicati nella pagina delle lettere. L’era anche ‘na fatiga. Ogni dè. Travaglio allora non direttore, se ben ricordo, si occupava della pagina delle lettere e sforbiciava, aggiungeva. C’è stata della corrispondenza con lui. Parecchi suoi editoriali sono notevoli, e li ho conservati; poi ho smesso di archiviarli. Gli ho scritto che un giornalista serio non può scrivere un editoriale tutti i santi giorni, questa la mia opinione. Che Montanelli non era solo ciò che “Il Fatto” scriveva di lui, ma era stato anche altro. Che “Il Fatto” era diventato l’organo critico dei 5stelle da quando lui è diventato direttore. Non ha gradito. Comunque, nemmeno Montanelli scriveva tutti i giorni un editoriale. Che nessun buon giornalista può spomparsi così. Non di rado, i suoi editoriali sono lavori d’archivio, collage, con il logico aiuto di un buon archivista, che tutti i giornali hanno. Ma ciò non toglie che Travaglio è tra i migliori cronisti italiani di cronaca giudiziaria in assoluto, e alcuni suoi editoriali dovrebbero leggerli nelle scuole di giornalismo. Poi, ho litigato più volte con lui, e la “collaborazione” si è interrotta. Un mio dottore della Mutua a sentire il nome Travaglio, parlando di giornali e andò su tutte le furie, e la cosa mi ricordò la rabbia che faceva ricordare Bocca, ai dottori commercialisti, ai negozianti. Bocca? Come nominare il diavolo. Così è Travaglio, per i berlusconiani, i salviniani.
      Scusa il prologo che è venuto lungo, fino troppo. Martinazzoli? Primo: era troppo intelligente e onesto per essere un democristiano addirittura segretario per un breve periodo. Secondo: era una faccia triste, anche butterata, e il pensiero berlusconiano, che è legge da un pezzo, direbbe che non si può presentare una faccia così in pubblico, come capo partito. Di voti non ne prendi, neanche nel partito dei cattolici. Poi, sembrava Sergio Endrigo, portava jella e pure conosceva la musica seria, colta. Non andava bene per essere un democristiano. Al massimo era concessa L’Ave Maria cantata. Amo Schubert, il suo trio n. 2 opera 100, andante con moto è uno dei miei pezzi favoriti. Come il quartetto per violini n. 12 D. 703. Anche altri, “Rosamunda”, e molti quartetti e quintetti, come quello che è parte integrale di un film di Polanski. Purtroppo, Schubert è crepato presto. Ma di musica sono ignorante, ascolto, come chi fa le parole crociate. Martinazzoli fu destituito in fretta, era troppo intelligente, pure non come i finti e falsi moderati, come è il popolo democristiano che poi sposò il berlusconismo e i leghisti.

  • Francesco, se i criteri di quel direttore del personale venissero applicati a tutto il carrozzone burocratico-statale tutto l’apparato ne guadagnerebbe o ci perderebbe? Non sarebbe un’altra sinfonia? Martinazzoli a parte, forse legato a vecchi schemi, non so, non si pone continuamente la questione di quanto costa la grande orchestra dello Stato? Bonomi, o non Bonomi, mi sembra oltretutto, anche con Confindustria, che l’orientamento del Pd, ad esempio sia quello. Dialogo tra forze sociali e aziende, nuove contrattazioni. Ripeto, le aziende producono ricchezza, la politica la spende, e spesso la sperpera.

  • L’idea dell’approccio alla gestione politica in chiave orchestrale è interessante, non didattica ma ricca di paragoni utili. Intendo che fra le due cose ci sono dei paralleli tecnici, ma una diversa mission, emozionale per la musica, il benessere civico per la politica.
    Tuttavia, come ben messo in evidenza dalla paradossale relazione del giovanotto, anche il fine emozionale passa per dei tecnicismi, che egli non comprende, anzi vorrebbe stravolgere.
    E il fine della politica? La mission che ho individuato è sicuramente valida?
    Per rispondere bisognerebbe prima sapere se realmente, come si dice, ogni popolo a una sua anima, e quindi un proprio appagamento collettivo definibile benessere.
    Ma per accertare questo dobbiamo prima conoscere la storia di quel popolo, la linfa vitale che emerge dal suo rapporto iniziale con la natura, e ciò è un po’ come ripartire in musica dalla sonorità dei singoli strumenti come e perché.
    Piano perché anche io sto cercando di capire.
    Già, perché se il nostro sforzo attuale è quello di dar luogo a una politica europea connessa con il nazionale, allora ci serve un minimo comun denominatore che comprenda un Vichingo come un Sicano, cioè un motivetto che suonato con un flautino di canna avrebbe emozionato entrambi. Esiste?
    Gli studi di paleomusicologia dicono di sì, ci sono tratti comuni in tutto il mondo nell’espressione musicale, a quanto so da lavori neuroscientifici.
    Ma se entriamo nel politichese la cosa si complica, perché indubbiamente ci sono popoli che tendono all’espansionismo, altri alla cospirazione, altri a una congenita e capacità democratica ( e la mia simpatia va a quelli nordici che la natura avversa ha indotto a massimimizzare lo sforzo comunitario per sopravvivere), altri così abituati al pugno di ferro che non creano problemi.
    Sta emergendo qualcosa di utile: cioè che esiste una politica di base comune cui tendere negli obiettivi, ma infinite maniere di declinarla.
    Diverso è calare la metodologia nelle varie etnie. Come comparare il suddetto Vichingo vissuto in una comune detta clan confluente nelle decisioni in un capo che a sua volta partecipa paritariamente alle decisioni comuni al popolo con altri capi clan, con un Italiano, discendente da un Romano col suo sistema clientelare a sua volta discendete da un Greco con le sue società segrete sempre impegnate a tramare e un sistema verticistico continuamente mutevole.
    Eppure l’orchestra, con la sua interconnessione stretta e la riconosciuta dipendenza di tutti gli elementi da un direttore ci dà ancora una volta una dritta giusta.
    Un La di flicorno e un La di violino non sono la stessa cosa, due violini non sono lo stesso di dieci, ma se la sinfonia deve essere riconducibile all’intento minimo di emozionare anche se suonata col flauto di canna, allora anche la politica può riconoscere questo principio. Insomma questo Vichingo e questo Sicano dalla politica di base vogliono la stessa cosa, ma sarebbe inutile cercare di far politica alla stessa maniera in Norvegia e in Sicilia. Un risvolto pratico? Il sistema delle mafie e il suo approccio politico.
    Santa pazienza che sbrodolata che ne è venuta fuori!

  • Ma sai, Livio, l'”apprezzamento” dipende, come dicevo, dal riuscire a mettersi in “sintonia” e, se del caso, darle una sistemata (alla sintonia!).
    Che se poi i “disturbi” di fondo sono eccessivi, ghè gnent da fa, bisogna cambiare canale o addirittura la …. ricevente!

  • “Troppe note! Signor Mozart”. Secondo la tradizione così si rivolse l’Imperatore Giuseppe II al compositore salisburghese dopo aver ascoltato Il Ratto dal Serraglio. Osservazione che, ancora oggi, continua a riproporre il problema della complessità della musica colta e la relazione delle opere d’arte con il valore della semplicità e della comprensibilità.
    Ecco affacciarsi concetti del tutto relativi come “essenzialità”, “povertà e ricchezza”, “abbondanza”…
    Da una parte troviamo Mozart, che esplora l’infinito e scenari sconosciuti, dall’altra Giuseppe II, che apprezza tutto quello che è riconducibile a ciò che rientra nel suo dominio. L’evoluzione dell’estetica musicale e degli stili compositivi non determina necessariamente una crescente complessità del linguaggio, certamente impone una tensione verso mete mai indagate, verso orizzonti inesplorati.
    “Troppe note”: è l’obiezione di chi viene disorientato dalla complessità e dalle ambizioni della musica, eppure non si rifugia nella fruizione superficiale, nelle pigrizie auditive.
    “Troppe note”, secondo la tradizione, provoca una risposta: ”Non una più del necessario”, vale a dire il minimo indispensabile.
    Ecco forse un tratto distintivo, un effetto personale della musica di Mozart, il perfetto equilibrio fra grandezza ed essenza.”
    Non so da dove l’ho preso, era nel mio memorandum, per arrivare, non sono uno specialista di niente, al silenzio di non so quale concerto di musica moderna o contemporanea in quel film con Sordi di cui parla anche Pietro Carra non ricordo dove.
    Di fatto tutto cambia, tranne la politica, i suoi numeri, il suo costo, insomma tutto l’apparato.

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