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PIETRO CARRA

LE MIE ABILITAZIONI

LE MIE ABILITAZIONI Governiamo l’immaginativa, e staremo bene quasi dappertutto. (Silvio Pellico) Concorso Azzolina: non c’è due senza tre! Miei tentativi di venir “abilitato” al pubblico insegnamento delle patrie lettere, intendo: ciò che dovrebbe farmi uscire dall’antipurgatorio della terza fascia, che mi vede tra i più illustri rappresentanti, alla tenera età di cinquantun anni. Questo

LE MIE ABILITAZIONI

Governiamo l’immaginativa,
e staremo bene quasi dappertutto.
(Silvio Pellico)

Concorso Azzolina: non c’è due senza tre! Miei tentativi di venir “abilitato” al pubblico insegnamento delle patrie lettere, intendo: ciò che dovrebbe farmi uscire dall’antipurgatorio della terza fascia, che mi vede tra i piĂą illustri rappresentanti, alla tenera etĂ  di cinquantun anni. Questo stranamente non impedisce a qualche liceo ogni tanto di chiamarmi per una supplenza annuale: proposte alle quali oppongo un mesto diniego, mormorando un imbarazzato non sum dignus, non essendo appunto “abilitato”. Prima di acconciarmi a esercitare (quando possibile) nell’attuale, che appartiene all’infimo, ho provato ad insegnare in queste scuole di ordine superiore; ricavandone purtroppo ansie, turbamenti, lacerazioni dell’anima. Con grandissima contrizione e confusione, infatti, ricevevo la protesta del figlio dell’Ingegnere, al quale avevo dato 7+, meritando egli in effetti almeno 7 e mezzo; accoglievo la doglianza del figlio dell’Avvocato, meritevole di ascendere dall’8– all’8-; ascoltavo la rampogna della figlia del Dottore, che oggi non fa piĂą l’amore con le civette sul comò, ci mancherebbe altro! – bensì accumula crediti (non ho ancora capito cosa siano, per me rimangono la moneta interplanetaria dei fumetti di fantascienza) con la fame vorace di una piccola Rockfeller; figlia del Dottore che si era vista scandalosamente attribuire un 9 e mezzo invece di un 10 pieno.
Quanto detto dimostra, se ce ne fosse bisogno, che non sono abilitato. Ma gli dèi mi sono testimoni, ci ho già provato due volte a conseguire il titolo. Ricordo mesi di corso come un lungo ineffabile peregrinare nelle regioni superiori del Pensiero, ascoltando le ventiquattro definizioni principali e cento settanta accessorie di “didattica inclusiva”; inoltre un esicastico meditare in immobile rapimento la massima delfica, degna di stare incisa sulla fronte di un Tempio del Sapere, che condensa e quintessenzia il più profondo e mistico senso dell’apostolato pedagogico: imparare ad imparare.
Già, ma qui ecco palesarsi una mia drammatica insufficienza. All’udire annunciare la sacra formula, tutti parevano già contenti e avviati sul cammino dell’illuminazione. Solo io spiavo nei volti dei compagni di corso se qualcun altro dividesse con me un rovello segreto, un dubbio divorante, che si faceva strada paurosamente, inesorabilmente in me: imparare ad imparare, già… certo, ma… la capacità di questa prassi, che è una vera condizione esistenziale, discende nell’intelletto per una sùbita infusione divina, o… tremo ancora nel dirlo… non bisognerà piuttosto imparare, ad imparare ad imparare? Capite adesso perché mi sentissi sprofondare in un vertiginoso maelstrom, e tenendomi forte al banco (meno male che non aveva ancora le rotelle) per poco non mi mettessi a gridare aiuto? Perché ammettendo l’ultimo caso, è chiaro che necessariamente bisognava, con logica stringente, prima ancora, imparare, ad imparare ad imparare ad imparare! E via dicendo.
Chiamavo a raccolta tutte le potenze dell’anima, a nulla mi valeva. Rimanevo lì come una cosa balorda; incapace di articolare alcun concetto pedagogico, annichilito dagli infiniti imparare che vedevo su di me vorticando concatenarsi in vertiginose galassie.
Solo, di fronte (sotto) all’infinito. Non restava che poetare. E poetai. Sentendomi ormai cacciato con disdoro dal cenacolo eletto dei Veri Didatti, continuavo a frequentare il corso sperando in qualche grazia o (ahimè) sotterfugio che mi permettesse di abilitarmi comunque. Fu così che, per passatempo, io intanto presi a comporre e limare, atipico esempio di letteratura carceraria, sonetti trecenteschi, canzoni a ballo quattrocentesche, odi sette-ottocentesche ecc.
Ai competenti lettori di Cremascolta oso presentare una “ode barbara” di tipo carducciano, occasionata dal fatto che uno di quei kapò di insegnanti-abilitatori del corso aveva detto esser il Carducci ormai da obliterare e bandire dai programmi; a prescindere dal fatto che avesse ragione, non volevo dargliela; e poi la venerazione per il fiasco del ruggente aedo nazionale di Val di Castello poteva comunque insegnare alla sana (leggi: asintomatica) gioventù italica una civiltà del bere.
L’ode consta di quattro strofe saffiche di versi non rimati, tre endecasillabi e un quinario (adonio) sul modello che il Carducci trasse da Catullo e soprattutto da Orazio. (Inviata via mail a due università con la notizia di un almanaccato ritrovamento, è stata dichiarata con ogni probabilità autentica, e si caldeggiava l’invio di copia del manoscritto. Ma il preside di una facoltà di Lettere tra le principali del nord Italia, avendola con lieve sussiego dichiarata “d’occasione, ma interessante”, non se la è meritata! Doveva dichiararla puro Carducci del miglior periodo “barbaro”, diamine!). Al fondo, un sintetico commento letterario.

BRINDISI
Altri de l’Anglia avara i torbi sidri
Tracanni, e l’occhio cupido rivolga
A’ sontüosi alberghi, e a l’accresciuto
Oro mercato.

Altri la pazza bevanda alemanna
Ne l’epa enfiata a guisa di lïuto
Imbotta, e co’ le man poggiate al sacco
Roco gorgogli.

A me di Libero il diletto dono
Biondo o vermiglio, ch’a’ bei colli aprici
D’Italia mia ad amabil rito edùca
L’almo suo sole.

In alto i cuori, amici! con le colme
Coppe, e brindiam: così, così s’inganni
Lei che noi tutti certa preme nera
Notte d’Averno.

1. Anglia avara: tema foscoliano. Torbi: torbidi. Sidri: “Beva il sidro d’Inghilterra/Chi vuol gir presto sotterra” Redi, Bacco in Toscana. Per estensione, superalcoolici e cocktail internazionali (escluso il mojito del Papeete, ottimo sotto ogni aspetto). Alberghi vale case in generale. Sontuosi quadrisillabo. Mercato da “mercare”.
2. Pazza bevanda: la birra. Riecheggia “Fanno i pazzi beveroni/Quei norvegi e quei lapponi” del Redi. Epa enfiata… liuto: Epa, ventre. Dante, Inf. XXX. Liuto trisillabo. Imbotta: “E tra noi gozzovigliando/Gavazzando/Gareggiamo a chi più imbotta” Redi. Sacco: ventre, Dante, Inf. XVII. Gorgoglia: rutta (Burchiello, Redi).
3. Libero: Bacco. Aprici (o aprichi): aperti, soleggiati. “Pe’ larghi campi aprici” Carducci, Odi barbare, II, Cèrilo. Amabil rito è nel Mattino del Parini, lo rifunzionalizzo senza il sarcasmo. Edùca per “far crescere”, oltre a Catullo e altri: “…i fiori ch’èduca/mesti l’ottobre da le macerie”, Odi barbare, I, Alla Vittoria. Almo suo sole: datore di vita. “Alme sol… possis nihil urbe roma visere maius”. Orazio, Carmen Saeculare.
4. In alto i cuori quel birbantaccio massone (come del resto tutti all’epoca) del Carducci avrebbe certo potuto farne un uso bacchico. Lei che noi tutti certa preme: “Iam te premet nox…” Orazio, Od. Lib. I, 4.

PIETRO CARRA

01 Set 2020 in Scuola

7 commenti

Commenti

  • “la venerazione per il fiasco”, spirito italico, bel tema, forse nemmeno desueto.
    Sulle traversie abilitative abbiamo esponenti del mondo della scuola che potrebbero dotare il tema di cornice

  • Vado oltre l’ironia (anche se mi sono proprio divertita…con un po’ d’amerzza) e mi inchino al poeta

  • Esimio scrittore, meriti miglior fortuna e piĂą inclito pubblico.

  • Troppo rozzi i lettori di Cremascolta.

    • Mi verrebbe da dire …..”.parla per te”, Ivano!
      In veritĂ , l’amico Pietro Carra non è uno che scriva “cose qualsiasi” con un periodare “qualsiasi” e cmq capisco appieno l’ronia paradossale con la quale ( muove da un back ground che forse il lettore ….casuale nn è in grado di penetrare appieno!) Ivano hai ritenuto rispondere alla provocazia di Elena!
      Quanto alla “miglior fortuna” augurata a Pietro, nn posso che associarmi; non altrettanto per l’auspicato “piĂą inclito pubblico”, conseguentemente, in parallelo, come redattore di questo blog, rispondo a Elena (e al suo nemmeno velato “perle ai porci”) : “parla per te”, Elena!

  • Molto divertente.

  • La pluralitĂ  serve, anche di temi e orientamenti, salvo quando prenda la veste di “gioco di squadra”, e allora questo non piĂą è blog, è politica, e soprattutto diventa allineamento, assenza di tipicitĂ  intellettuale, appiattimento, ai confini del settarismo.
    Per il resto benvenuta ogni voce e tema. Ovvio che alcuni saranno più apprezzati, ma blog è libera competizione e contraddittorio individuale, solo individuale.

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