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MARINO PASINI

LE BELLE PAROLE

Si è mai visto una che insegna alla Bocconi o alla Normale di Pisa sposare un asfaltista o uno spazzino? O Un notaio prender moglie fra le pulisci cessi delle autostrade? Che siamo una comunità è una parola, un desiderio: è il fatto che parliamo, più o meno bene la stessa lingua, e che si

Si è mai visto una che insegna alla Bocconi o alla Normale di Pisa sposare un asfaltista o uno spazzino? O Un notaio prender moglie fra le pulisci cessi delle autostrade? Che siamo una comunità è una parola, un desiderio: è il fatto che parliamo, più o meno bene la stessa lingua, e che si va allo stesso ufficio anagrafe, per rifare la Carta d’Identità. Per il resto siamo estranei, sulle cose che contano, anche se apparteniamo, per decreto, alla stessa nazione. Poi, ci sono momenti particolari, eccezionali, dove succede l’incredibile, a volte; finita l’eccezionalità del momento svanisce la comunità come il fumo dai camini.

Resta il resto di niente di molte faccende, ricorda Domenico Starnone in un’intervista, citando il titolo di un libro di Enzo Striano. Restano le belle parole che fanno colore. In economia, per esempio, è ancora valida, reale la distinzione fra destra, sinistra, moderati, radicali? Nella teoria sì. Poi, nella pratica, ogni partito o movimento difende gli interessi delle categorie che li vota. Dalla fine delle ideologie-costruisci-un-mondo-altro, rimangono solide le corporazioni; anzi, si rafforzano, perchè quando le cose non vanno bene nel girarrosto dell’economia, le belle parole non sbrigano le faccende per sbarcare il lunario; e ognuno sa quanto ha in tasca, e in banca, quante case o terreni possiede, o non ne ha; le eredità, le fortune, le sfortune. Tutto il resto che si discute è passatempo, o riempitempo, fiato al vento, poesia.Teoria.

Restano i mestieri, e se ne accentuano le distinzioni, tra le categorie protette e quelle in balia del saliscendi dell’economia. Tra i dipendenti pubblici e privati. Nell’approccio al dare e avere, ai profitti e alle perdite, nell’influenzare i discorsi su come gestire l’economia conta essere insegnanti o idraulici o panettieri; lavoratori dello spettacolo, i quali sono quasi tutti precari, o impiegati pubblici; avvocati o agenti del Fisco; ambientalisti o macellai. Ognuno tira acqua al proprio mulino. Le belle parole servono a poco, servono a niente. Tutti i commentatori, tutti noi che parliamo di bene comune, di combattere tutti assieme, siamo ipocriti: in battaglia c’è chi va in prima fila e chi se ne sta comodo nelle retrovie ad osservare il trambusto. Le belle parole scaldano lo stomaco? No, diceva mio padre.

Con la pandemia in corso sappiamo che ci saranno quelli che ci rimetteranno economicamente, chi sarà solo sfiorato e vedrà diminuire di poco il suo patrimonio, e chi dovrà bussare alla Caritas. Ci saranno gli ammortizzatori, i bonus, ma non ci saranno per tutti, e daranno solo una mano, un aiutino per non sprofondare. Meglio di niente, certo.

La politica economica, non solo da oggi, ma da tempo parla per corporazioni. Basta accendere la televisione all’ora dei tiggi e ascoltare, mentre si spadella la verdura, la sintesi delle opinioni partitiche in ordine di tempo, secondo i voti elettorali. “Liberi e Uguali” mettono l’accento sulla difesa dei lavoratori dipendenti e contro la barbarie dei porti dove s’impedisce ai migranti di sbarcare; il “PD” si preoccupa della scuola, degli infermieri, la sanità pubblica; Forza Italia, Salvini e la Meloni, delle tasse da azzerare, di abbassare la claire sugli uffici delle imposte, d’impedire gli sbarchi ai migranti, degli orari dei commercianti. La Confindustria chiede di poter licenziare, i sindacati dicono che licenziare, in questa situazione, non s’ha da fare.

Ce ne fosse uno, una sera, un membro di partito, di corporazione che si stanca di dire quello che si aspetta da lui, che già si sa, e ci sorprende andando contro gli interessi della categoria che lo vota, che lo stipendia; ce ne fosse uno, dico ogni tanto masticando i fagioli. Vorrebbe dire che esiste la comunità, sul serio.

Le belle parole fanno luccicare gli occhi e nascondono realtà, spesso, crude. Resta il resto di niente, far finta che siamo comunità anche fuori dalle situazioni eccezionali, che l’importante è che bruci il fieno in cascina che non sia il mio. Sarò dispiaciuto, per gli sfortunati, ma tengo famiglia e cose da sistemare. Resta solo il resto di niente, a parte i bisogni delle corporazioni: giudici delle procure contro imprenditori; supermercati contro piccoli negozianti; contadini contro ecologisti; poeti del silenzio contro chi pianta le tende la notte prima del Gran Premio di Monza aspettando il rombo dei motori. Le parole sono pietre o sono un nulla di fatto, il resto di niente. Continuo a credere che le parole hanno un senso, che sono pietre.

MARINO PASINI

19 Ott 2020 in Società

23 commenti

Commenti

  • E come si fa Marino, a capire se se le paroleche hai detto hanno un senso, se sono “pietre”?
    Semplice, credo, Se sono pietre, quando le lanci ….”spaccano”!
    E allora, devi stare attento contro chi/che cosa le lanci e che “dimensione/peso specifico” hanno.
    Troppo spesso, invece sono solo pulviscolo che vaga nell’aria per un pò e poi si perde nel nulla, e allora, se ce n’è troppo, di questo pulviscolo, o “cambiare aria” o ….. mettere una “mascherina”!

  • È una visione economicista, marxista e materialista della società. Lo sgranamento delle classi sociali (borghesia, proletariato) in categorie o settori frazionati (li si chiami corporazioni o come si vuole), aggiornando così l’impostazione ai tempi, non modifica l’impianto. Ciò posto, nulla da eccepire. Se questa è la chiave interpretativa dei fenomeni sociali, il resto ne deriva e ne consegue. Ad esempio, il ruolo della politica e delle istituzioni rappresentative. E via dicendo, compreso il significato (o il non-significato) delle locuzioni verbali utilizzate in una simile situazione, così rappresentata e definita.
    Ovviamente, esistono altre visioni, altre interpretazioni della realtà sociale, altre rappresentazioni della politica, dei linguaggi e delle loro belle o brutte parole, delle dinamiche collettive e di tutto il resto.
    Accedendo a questa visione di derivazione marxista, è chiaro che sia soprattutto il concetto di “interesse economico” a guidare e indirizzare, in modo esaustivo o comunque largamente prevalente, le scelte politiche, partitiche, elettorali e tributarie delle persone, delle famiglie e dei gruppi sociali. Per cui, nuovamente, se le cose stanno così, “solo” così, nulla da obiettare.
    La domanda quindi è: le cose stanno davvero così? Meglio, stanno “soprattutto” così? La società italiana è oggi (ieri, sempre, a volte) identificabile in questo modello comportamentale (ma anche attitudinale e caratteriale) economicista, marxista e materialista? Non è una domanda retorica. Personalmente me la pongo davvero e non sono qui a dire di avere in tasca una risposta valida “erga omnes” e sicura “urbi et orbi”. Ecco, ad esempio, il latino è un’arma di classe? I professori di latino sposano le loro cameriere? E le professoresse di latino? È solo un esempio. Perché la domanda di Marino ne implica un’ulteriore. Un notaio sposa una pulisci-cesso autostradale? Diciamo di no. Però occorre porsi un’altra domanda. Perché non la sposa? Solo per un criterio economicista, marxista e materialista? Forse perché se sposa la figlia di un altro notaio (o di un altro facoltoso professionista, dirigente o imprenditore) aumenta il patrimonio familiare? Solo per questo? “Soprattutto” per questo?
    Molto interessante.

  • Le belle parole le si dice, come s’indossano le fresche camicie; invece “le parole sono pietre” è il titolo di un vecchio libro del 1955, di un medico, scrittore, pittore lucano, Carlo Levi.

  • Stasera, non le belle parole, ma parole che sono pietre le ha fatte il programma “Report” con la parte dedicata ad Attilio Fontana e famiglia, la moglie di Giorgetti, Nino Caianello di Forza Italia, la Lega di Varese. Un programma di giornalismo vero, di parole e ricerche che fanno luce, che pesano, proprio come pietre. Che poi ci sia gente che ascolti, che senta il peso di “queste parole”, indagini, reportages, e che se ne ricordi, poco ci credo. Ma finché c’è un giornalismo d’inchiesta cosi, è ancora un signor mestiere.

  • Perchè si possa avere una comunicazione, Marino, non basta un'”emittente” che trasmetta chiaro e forte ( e non è cosa da poco!), ma occorre una “ricevente” che si accenda, non solo, ma che si metta anche sulla stessa ….lunghezza d’onda, e allora si che può accadere qualcosa di bello, di costruttivo!

    • Ho appena letto, nell’ anteprima, di quello che pubblicherà domani il “Fatto”, la notizia della decadenza di Piercamillo Davigo dal Csm: così ha decretato oggi il plenum di Palazzo dei Marescialli.
      Questa rappresenta, almeno per me una notizia davvero pessima!
      Piercamillo, che ho avuto l’onore e il piacere di conoscere personalmente ai tempi di “Non solo a Crema” (grazie Alex Corlazzoli!), uno che parla chiaro e non si nasconde mai nei “latinorum”, un magistrato di quelli con …. “la schiena dritta”, all’interno della Magistratura doveva avere tutt’altro trattamento, e questo è davvero un brutto segno, almeno per chi, come me, crede ancora nelle Istituzioni che discendono dalla Costituzione Repubblicana!

  • Dipendenti pubblici e privati, per esempio sono due pianeti non molto comunicanti e con diverse situazioni, rischi, stipendi, opportunità.
    La liquidazione, il Trattamento di fine Rapporto (T.F.R.) per un insegnante vuol dire attendere circa due anni, ma poi i soldi arrivano. Per un dipendente privato può non essere cosi. Conosco chi ha atteso anche dieci anni per ricevere il T.F.R.; nel mio caso, dopo tre anni ho ricevuto 1/3, e cioè il Fondo di Garanzia, per il Fondo di Tesoreria la faccenda è complicata, poiché l’azienda presso cui ho lavorato è in concordato preventivo, ha utilizzato i fondi riservati ai dipendenti, insomma, è un continuo va e vieni dal patronato sindacale, dagli sportelli Inps di Cremona. Un travaglio ancora non finito per ricevere quanto mi spetta. Un problema che un impiegato comunale certo non avrebbe.
    Ho seguito con interesse e passione gli anni di Mani Pulite, il lavoro di Davigo, Ielo, Greco, Di Pietro, D’Ambrosio e Gherardo Colombo, Borrelli, e aggiungo Ilda Bocassini.
    Stimo molto Davigo di cui ho letto un paio di suoi libri e conservo articoli e interviste. Purtroppo, lui e gli altri hanno avuto molti nemici, l’Italia che dietro il garantismo nasconde la possibilità di frodare il fisco, corrompere chi serve e farla franca.

  • Marino ma non è che sei un po’ disfattista alle volte, o meglio, come approccio generale? Cenerentola, la storia epica del Krishna con il suo “salto” di due caste in vita, e relativo cambio di colore di pelle, sono solo favole? a questo punto per te mi potrei firmare un amico sognatore! Ma queste impostazioni della propria e altri vita sono reali.

  • Per Adriano: disfattista il mio pensiero? Non voglio disfare un bel niente. Cerco solo di stare con i piedi per terra, con tutto il rispetto per la poesia delle utopie, i bei discorsi che meglio si fanno se non si fatica a mantenere una famiglia, pagare l’affitto. Poi, come passatempo uno può inventarsi tutti i mondi possibili, e se il salotto dove pensa ciò è ben confortevole e la vista appagante, il pensiero viene più arioso, credo.
    Per Pietro: non so se la mia visione è economicista, marxista, materialista. Può darsi che hai ragione. So solo che esiste un Dio certificato, che è il dio denaro. Dell’altro Dio ho forti dubbi che ci sia, anche perché tace, e chi tace acconsente, mi hanno insegnato. Il portafoglio pesa in mille faccende, condiziona la vita delle persone, influenza anche i loro discorsi, anche se sono pochi ad ammetterlo; i più fanno finta di niente. Portano-avanti-il-discorso senza scoprire le carte. Invece io voglio sapere quando uno fa la morale, fa politica quali sono le sue origini, quante case possiede, se hanno quindici stanze o no, se ha seconde o terze case, terreni, il suo conto in banca, gli investimenti, lo stipendio, poi lo ascolterò con sincera attenzione, sapendo le cose che contano, tutto la sua affascinante o noiosa narrazione.

    • Marino le utopie di cui parlo come fiabe sono una parte inusuale ma costantemente presente nella realtà!
      In più persone affronteremo il salto nel buio dell’inusuale come scelta e più tale scelta diverrà usuale.
      Ma tu, non sei la dimostrtazione di ciò? Ma chi l’aveva detto che saresti stato un letterato, “intellettuale di sinistra”, così come ti definisci, con invidiabile cultura e capacità critica? Non ti ci vedevi a giocare a carte e andare alla partita come massime aspirazioni e così non è stato. Nulla di impossibile, tutto nell’ambito del perdere o mettere in gioco il tutto per ottenere cose che intravediamo come fondamentali. E a questo punto mi firmo “un sognatore realista”.
      Certo… che è dura. E se stai pensando che se a me fosse andata male potevo sempre tornare indietro con la coda fra le gambe e in ginocchio per fare ammenda, ci sono storie di veri poveri assoluti che, magari con un po’ di pelo sullo stomaco, chi sa, hanno ripercorso la storia del figlio di Dio induista, che, come Michael Jackson, cambia addirittura tonalità cutranea con la nuova casta. Se questi archetipi esistono è perché sono storia dell’umanità. Il discorso è a questo punto etico: il binario è stretto, e la scorciatoia consiste nel fare del male per proprio profitto. Forse per questo la figura del neoricco è così ridicolizzata, ostracizzata, ma anche temuta, perché generalmente si tratta di persone prve di limite nel gestire il proprio potere. Ne ho conosciuti sai? Hanno provato a farmi del male.
      Scusami se faccio un contraddittorio duro: è per stima.

    • Sì, Marino, ottima cosa quella di conoscere il più possibile gli interlocutori. Condivido, in linea di principio, il fatto di sapere bene con chi si ha a che fare. Anche gli altri animali, in natura, cercano prima di studiarsi e di capirsi.
      Sull’elenco dettagliato e tassativo dei dati da acquisire prima di interloquire con questo o con quel soggetto, mi permetto solo di far presente che, a volte, l’entità della ricerca informativa e i limiti della privacy e dell’educazione potrebbero essere piuttosto ostativi, ad esempio riguardo al numero preciso dei vani abitativi e al saldo aggiornato del conto corrente. Ma, ripeto, l’istanza conoscitiva preventiva non è sbagliata, anzi. In un mondo spesso affollato di farisei è meglio sapere in anticipo di quanto il loro sepolcro sia stato acconciamente imbiancato prima di essere esibito.
      Tra l’altro, sono tutte informazioni, quelle che tu dici, piuttosto difficili da acquisire, persona per persona, nelle realtà metropolitane e nelle megalopoli, nelle quali il numero e l’anonimato rendono l’impresa alquanto ardua. Ragion per cui, ne conseguirebbe che in quei contesti, stando a certi presupposti investigativi, non si comunicherebbe con anima viva, tranne forse il tassista, la commessa del negozio o l’usciere del teatro, per mere indicazioni operative di servizio.
      Invece, a Crema, la cosa è semplicissima, visto che qui da noi tutti sanno tutto di tutti, soprattutto a proposito dei cremaschi residenti da diverso tempo e muniti di qualche risalenza familiare. In pratica, davvero parecchi. Qui da noi, ceto e censo, case e terreni, crediti e debiti, patrimoni e cambiali, redditi e protesti, vizi e virtù, pregi e difetti, oltre a molto altro, sono davanti agli occhi e sulla bocca di tutti. Da questo punto di vista informativo (e un po’ inquisitorio) direi che a Crema siamo messi bene, tutti felicemente in piazza: fin troppo, tanto da millantare e simulare, abbastanza spesso, invece di essere discreti e dissimulare.
      E questa cosa, almeno secondo tali criteri di informazione preventiva (chiamandosi oltretutto questo blog CremAscolta), non può che facilitare la comunicazione interpersonale e il dialogo consapevole.

    • Marino delle 13:29: “…..So solo che esiste un Dio certificato, che è il dio denaro. Dell’altro Dio ho forti dubbi che ci sia, anche perché tace, e chi tace acconsente….” Ta set da katà”!
      Le tue potrebbero essere le parole di “quel gran figlio di Menuel”: “si udì grande rumore di tuono e Menuel disse…..”.
      E vediamo se qualcuno di lor signori mi individua la citazione! (io volo basso è, nientye letteratura dotta!)

  • Caro Adriano, capire come mai, cresciuto come son cresciuto son diventato un ostinato lettore, più che qualunque altra cosa, non so dirti la ragione. È un mistero. Eppure, credo che le grandi idee, come questa storia che la pandemia “sarebbe anche un’opportunità” (ultimo a raccontarcelo è Edgar Morin, filosofo francese), sono, tante volte, più che grandi idee, parole al vento che seccano in fretta.
    Esempio cremasco: la cosa più importante per i cremaschi (soprattutto dei dintorni, della campagna) è poter fare la vasca da porta Ombriano a porta Garibaldi, che ci sia o no la pandemia. I quattro passi,le vetrine, la folla del sabato e domenica pomeriggio riempiono la giornata per tirar sera. Domenica scorsa c’era un mercato straordinario nelle piazze del passeggio, e ho visto una ressa e un’assembramento come se la pandemia, a parte le mascherine, fosse inesistente.
    A moltissima gente importa tornare a far quello che fanno da sempre: il giretto, quattro passi in centro su e giù, guardar le scarpe. Perché la gente è semplice, in fondo, e non vuol cambiare abitudini. E i grandi discorsi vanno a morir in fretta. Ma i filosofi senza le grandi idee, spesso sparate a salve, non si divertono. Vedremo come ci cambiera’ in meglio questa epidemia.

  • Si può essere uno che pensa, che legge …a manetta, che dice sempre “la sua”, senza essere un “intellettuale”?
    Un esempio: quello al quale sto rsipondendo adesso!!!

  • Marino prova a vederla in senso storico: siamo schiavi di catene di egoismo ed ipocrisia che fanno più male a noi stessi che a quanti ci circondano, O.K., ma più o meno di mille anni fa? E fra mille?
    No, perché se le cose stanno come tu ce le descrivi bisognerà pur far qualcosa per viver meglio, e se qualcosa è già cambato sull’onda lunga allora si può.
    Ieri ascoltavo per caso, guidando, il Presidente dell’Unione panafricana, o qualcosa di simile, e i suoi discorsi sull’evoluzione storica oscillante fra comunismo e capitalismo in rapida levitazione verso la social democrazia erano altro che ottimistici: sembrava che Utopia fosse dietro l’angolo, che bastasse rovesciare quattro regimi teocratici e fatto il gioco! Ma la mia impressione è che ognuno di noi la rivoluzione la debba fare nella sua crapa, nei presupposti della propria vita, e chi ha figli nel messaggio che trasmette.
    Da dove si parte?
    Sempre l’amico sognatore.

    • E ci potremmo raccordare al salmone freschissimo di Piero. Vi siete messi d’accordo?

  • Provo a rispondere a tutti i commenti e anche a Piero Carelli, il suo scritto.
    Pietro ha ragione: ci sono ragioni di riservatezza, ci sono soldi che non si vuol far sapere di avere, proprietà spostate per sfuggire o alleggerire le imposte e tasse. Capisco e comprendo. La mia era una provocazione; so bene che i più stanno schiss, stanno zitti, per varie ragioni su ciò che hanno o non hanno. Mi accontendo di andare a naso; forse perché ce l’ho grosso e lungo, un naso ebraico, e faccio come i cani: fiuto, cerco l’odore, dietro le opinioni, le belle parole che hanno smesso d’incantarmi. Dietro certo slanci che sembrano autentici c’è anche dell’opacità, a volte. Come segnala il libro di Nicoletta Dentico, edito dall’Editrice Missionaria Italiana (EMI), dal titolo “Ricchi e buoni” che parla dei filantropi miliardari a cui anche giova sto’ filantropia, una generosità non assente da interessi e vantaggi per i filantropi.
    Il termine “intellettuale” fatico a gestirlo, caro Francesco. Preferisco i mestieri, le parole chiare: insegnante, medico, gazzettiere, spazzino, puliscicessi. Forse perché ho lavorato a lungo dal ferramenta, e lì, un intellettuale se veniva identificato lo si guardava storto, e addio caffè insieme alle macchinette, addio pacche sule sulle spalle e confidenze cone questa: dopo il Milan a S.Siro mi son fermato con una bella ragazza (una prostituta), le ho dato centomila lire perché è stata brava; cacchio, torno a casa tardi, e mia moglie è lì che mi aspetta a letto e vuole….pota m’e’ toccato darci dentro anche con lei..Ah, le mogli, che brutte bestie!!

    • Mi auguro, nel profondo, per te (e per me!) che mia moglie non legga questo tuo commento, Marino!
      perche, va bene, l’ironia ma …..fino a un certo punto!!!!

  • Adriano, l’utopia è importante. Sognare e progettare un mondo migliore. Ma ti faccio un esempio lavorativo. L’Olivetti di Adriano Olivetti è stato un progetto di industria collaborativa con scrittori, poeti, operaie. Ci sono fiumi di scritti, di testimonianze su quell’esperienza. Ho cambiato sette aziende e manco una rassomigliava neppure lontanamente a quel sogno olivettiano. Poi, leggo Ottiero Ottieri che fece parte di quell’esperienza e scopro, grazie alla sua sincerità che con le operaie non voleva uscirci perché puzzavano, usavano profumi scadenti; poi, cosa racconti loro a cena? Così, Ottieri prendeva pause dalla fabbrica dove comunque non si sporcava le mani, per sciate e bevute a Cortina con le amicizie borghesi.
    Piero crede nel dialogo, e pensa che se si semina bene verranno buoni frutti. Ha ragione. Io non so seminare, neanche coltivare la salvia, anche se ho grande rispetto per chi faticosamente prova a far fare piccoli passi avanti alla democrazia, o a tenerla in piedi, con serietà e competenza.

  • L’ho citato anch’io Adriano Olivetti, per via della stabilimento di Crema. Sono tuttora amico fraterno di un ingegnere (abbiamo circa la stessa età) che quel sogno l’ha vissuto da vicino, ed anche a Crema l’Olivetti aveva portato un ventata di mutamenti rispetto a come “la fabbrica” poteva inserirsi da protagonista del sociale.
    La sua morte (come è avvenuta la morte di Adriano Olivetti? Troppe stranezze e combinazioni!) ha purtroppo chiuso definitivamente l’avverarsi di quel sogno!

    • L’Olivetti di Adriano Olivetti fu un’eccezione. Non ci furono altre Olivetti, altre edizioni Comunità, altre aziende che hanno assunto tipi come Paolo Volponi, Furio Colombo, Ottiero Ottieri, Tiziano Terzani, eccetera. Ho un faldone di articoli su quell’esperienza che è stata speciale, nonostanze la puzza delle operaie, le fughe di Ottieri in montagna a Cortina; e nessuna delle persone citate a sporcarsi le mani, nei reparti, ma tutti in ufficio, e alle risorse umane. In giacca e camicia pulita, anche la cravatta
      Le belle parole, i bei sogni sono come l’articolo di Viola Ardone brava scrittrice e insegnante in un liceo del napoletano, che protesta, su “Repubblica”, della chiusura delle scuole con un articolo (17.10.20) splendido e commovente, dove manca un dettaglio. Nessuno sa per certo quanto pesano i contagi con l’apertura delle scuole, in Italia, scuole e cose collegate. In Francia sì: hanno fatto un’indagine seria e hanno dovuto ammettere che i numeri di contagio che riguarda le scuole e paraggi scolastici sono alti e contribuiscono ad alzare il contagio. Poi, si può decidere, comunque, di tenere le scuole aperte, ma la decisione della Campania non è una follia: va detto, nonostante le belle parole di Viola Ardone.
      La realtà può essere im contrasto con le belle parole; anzi, capita che lo è ndifferente dalle belle parole, di frequente.

    • Dal ferramenta, per la mia esperienza ho raccolto pareri, opinioni, confessioni che farebbero ridere i sassi e incavolare i morti. Ascoltavo e sopportavo. Ho più volte detto che il popolo, tanto incensato è
      spesso povero di cervello. Una sventura. Si parla di modernità, di 5G, di auto ibride, di unioni gay, ma c’è uno zoccolo duro, in certi ambienti più che altri dove ne senti di tutti i colori. Non parlarne è una forma di autocensura. È come far finta che quel mondo lì non esiste, e invece è frequente, e non così di poco conto. L’ironia (amara) è un modo, credo, per ricordare che c’è.

  • E allora direi che, come per ogni investimento, ognuno debba decidre quanto rischiare di proprio e sulla propria pelle.Sulla propria pelle, sì, altrimenti è peggio, perché si vive in un mndo che non ci assomiglia, o si emigra, ma una bussola etico-sociale nn esiste, si finisce a volte peggio. Certo, c’è l’amico del “ma vai a Londra!” ma c sono anche i rsvolti pratici. Comunqe credo che l’emi8grazione prescinda, e di molto, dalle necessità economiche. ARIAMO E SEMINIAMO IL NOSTRO CAMPO! E orami trasferisco nel campo del Papa, quello che ara, semina, concima.

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