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ADRIANO TANGO

G.A.C.: il volume dell’anno sull’epidemia CoviD

Ancora un’Associazione che non si lascia scoraggiare, al massimo si adegua aggiornando il tema. E così il Gruppo Antropologico Cremasco esce, puntuale secondo calendario, con il volume dell’anno, in sintonia con la calamità. E partiamo col titolo: VITE SOSPESE Particolarmente indovinato direi, perché così si è forse sentito chi ci ha lasciato, così li abbiamo

Ancora un’Associazione che non si lascia scoraggiare, al massimo si adegua aggiornando il tema. E così il Gruppo Antropologico Cremasco esce, puntuale secondo calendario, con il volume dell’anno, in sintonia con la calamità.
E partiamo col titolo: VITE SOSPESE
Particolarmente indovinato direi, perché così si è forse sentito chi ci ha lasciato, così li abbiamo visti prima di lasciarli, e questo è quanto ci ha narrato chi è tornato “dal confine”.
Una testimonianza imperdibile, che spero altre città e Associazioni si siano preoccupate di curare. Pensate quanto oggi sono preziosi i report letterari o saggistici delle epidemie del passato, dall’incipit dell’Iliade, che dettagliatamente tratta di una zoonosi in campo acheo, alla peste dei Promessi sposi e tanti altri…
Certo, chi si trova nel mezzo dei fatti non pensa sempre alla memoria dei posteri, non si immedesima nel clima di epopea che accompagnerà il ricordo degli eventi, e leggiamo infatti dall’incipit della raccolta: “Il libro del GAC appare a fine anno 2020, quando la pandemia forse è già diventata Storia e se ne può parlare con il distacco dovuto alle vicende lontane… La cronaca del virus invece resta quella di qualche mese fa, quando il libro è nato e non si sapeva come sarebbero andate le cose…”

Già, ora lo sappiamo come sono andate le cose, ma la gravità che il mostro divoratore deve ancora assumere ci resta ignota. E diverremo storia. Una storia raccontata dal suo interno a più voci, con ottiche diverse.
Diamo una scorsa ai titolo e Autori, perché magari così sapremo che di questo testo la nostra biblioteca proprio non può essere priva:

 

Introduzione – Ai tempi del coronavirus – Edoardo Edallo
Dalla peste medioevale al coronavirus. L’epidemia a Crema e nel Cremasco –
Stefano Coti Zelati
Fake news e peste manufatta. Appunti sul contagio pestilenziale del 1630 in Milano e dintorni – Vittorio Dornetti
La pandemia a Crema: esperienza personale e ricordi letterari – Daniela Ronchetti
Tempo sospeso nella pandemia? Non per la poesia – Federica Longhi Pezzotti, Graziella Vailati, Valeriano Poloni
Food e Covid: un percorso a tappe – Annalisa Andreini
La farmacia tra epidemie e Covid-19 – Elena Benzi
Divani ed eroi – Franco Gallo
Coronavirus a Codogno: il caso del paziente uno Claudio Marinoni
Il paesaggio sonoro del Covid-19 – Donata Ricci
Cronache di una popolazione assediata: l’epidemia a Crema a novecento anni dal Barbarossa – Adriano Tango
L’amore al tempo del coronavirus – Graziella Vailati
Il coronavirus a Crema: dalla tradizione alla smartfonia – Walter Venchiarutti

 

C’è di tutto, direi, e ci risaremo dentro rileggendoci, a cose finite e sopravvissuti, si spera, diciamo fra un paio dì’anni.
L’opera è disponibile in vendita presso le librerie Cremasca e la Storia.
Ma vorrei concludere con un monito di Don Marco Lunghi, nella veste di anima di tante iniziative culturali cittadine, non laica certo, ma nemmeno voce religiosa:

“Il rischio da evitare è la riproduzione di un passato come modello al quale precipitosamente ritornare. Non possiamo accontentarci di una società uguale a quella che abbiamo conosciuto, magari ancora più liberalista o più autoritaria rispetto a qualche tempo addietro, per cui
è opportuno che abbiamo a costruire una società migliore…”

Chiaro?

ADRIANO TANGO

04 Dic 2020 in Recensioni

8 commenti

Commenti

  • Dal 1982 il GRUPPO ANTROPOLOGICO CREMASCO puntualmente presenta un tema monografico che raccoglie pensieri e immagini dedicati alla società cremasca. Le tematiche fino ad oggi trattate hanno riguardato lo studio dalle tradizioni legate alla civiltà contadina, ai problemi della contemporaneità, alle visioni avveniristiche in atto nella società postindustriale. Il libro di quest’anno “Vite sospese” rispecchia la cronaca di sentimenti umani, fatti di paura e speranza che si sono susseguiti nel corso della presente pandemia, momenti quotidiani che tutt’ora stiamo vivendo. Si tratta di una antropologia strettamente legata alle attuali condizioni di vita e alla definizione dei rapporti con gli altri. Una self-anthropology con una serie di indagini focalizzate ad inquadrare le abitudini esistenziali frutto di esperienze personali. Non mancano gli esempi altruistici anche se prende consistenza il timore che, insieme a comportamenti meritori, la pandemia abbia offerto la possibilità di cambiamenti come il passaggio ad un individualismo più avanzato, proiettato verso un sempre più marcato solipsismo . Gli interventi presentati nel libro prendono in esame le ripercussioni prodotte dall’avvento del coronavirus nei rapporti affettivi, nelle consuetudini sociali, nei comportamenti comuni. I micromostri che occupano l’immaginario collettivo non hanno più le dimensioni macroscopiche dei draghi di arturiana memoria. Dopo l’era dei dinosauri, trascorso il tempo degli uomini stiamo per incontrare la nuova era dei virus. Essenze invisibili, sinistre, colonizzatori temibili e poco conosciuti che invadono di soppiatto la nostra vita, predano e sbaragliano le difese fisiche, si insinuano nell’intimità dell’essere arrivando a minarne le capacità dello spirito.
    ● Da attento osservatore E. Edallo apre la panoramica delle fasi che hanno caratterizzato il periodo della pandemia: le condizioni del prima, lo sconcerto per l’impreparazione, il diffondersi del contagio, l’eccesso dei numeri. Le contraddizioni incredulità che si sono susseguite in modo altalenante: dalla fragilità dall’insicurezza alle prospettive della speranza.
    ● Nei saggi di S. Coti Zelati, V. Dornetti e D. Ronchetti gli esempi non mancano. Le riflessioni sulla storia richiamano paralleli tra untori di ieri e quelli di oggi. Le tragedie accadute forniscono analogie e differenze con l’attualità. Nella letteratura le sofferenze dell’isolamento accompagnano l’uomo comune e vengono rivissute nell’interpretazione dei più grandi scrittori.
    ● I condizionamenti della pandemia intervengono a modificare gli usi comuni nel campo alimentare, dallo street food al recupero delle tradizioni culinarie (A. Andreini) ed anche nei rapporti affettivi come nella vena poetica lasciano significative tracce (G. Vailati, F. Longhi Pezzotti, V. Poloni ).
    ● La successione degli avvenimenti i comporta il mutamento delle consuetudini sociali: lo smarrimento iniziale (C. Marinoni), il sacrificio degli addetti al servizio sanitario (A. Tango), l’impegno attivo e la generosa partecipazione dell’associazionismo volontario (M. Lunghi)
    ● La progressiva sostituzione dei centri di aggregazione ha visto nuovi luoghi assumere il ruolo deputato alla socializzazione: bar, biblioteche musei hanno ceduto i loro frequentatori alle farmacie (E. Benzi), gli incontri si sono trasferiti dalla piazza al divano (F. Gallo)
    ● Le esigenze igieniche producono trasformazioni nel tessuto urbano. Il confronto è con incantati silenzi interrotti dal suono insistente delle ambulanze (D. Ricci); si infittiscono le comunicazioni popolate dalle divergenti discussioni che traducono serrati dibattiti tra negazionisti e ultracovid, tra ossequiosi sudditi ligi ai decreti e disubbidienti ribelli libertari; l’abuso della smartfonia ha favorito il sorgere di una satira arguta e sdrammatizzante. Se un tempo erano oggetto di caricatura le dittature militari ora ad esser canzonati sono i prolissi e spesso inconcludenti diktat sanitari (W.Venchiarutti).

    • Walter resti sempre un maestro: l’ho presentato come l’avevo accolto in me, ma tu sei sempre più… più insomma!

  • Premesso un grato ringraziamento a coloro che nel GAC con continuità ci affidano momenti concretamente tangibili di riflessione rispetto all’evolversi (involversi?) della Società Cremasca,
    prendo spunto dalla chiusa del post di Adriano, che cita un monito di Don Marco Lunghi “voce non laica certo, ma nemmeno religiosa”:
    “Il rischio da evitare è la riproduzione di un passato come modello al quale precipitosamente ritornare. Non possiamo accontentarci di una società uguale a quella che abbiamo conosciuto, magari ancora più liberalista o più autoritaria rispetto a qualche tempo addietro, per cui è opportuno che abbiamo a costruire una società migliore…” .
    “Una società migliore”, e la domanda che ne consegue è: e cosa è necessario che “miglioriamo” in questo progetto di diversa Società?
    Sono nato in un momento di …..”cambiamento drammaticamente forzato” dell’assetto della società italiana/europea: una guerra mondiale stava cancellando il passato monarchico/nazi/fascista per dare luogo, tramite una Costituzione approvata con referendum popolare ad una nuova Repubblica Democratica Costituzionale.
    Il “miglioramento” della Società avveniva in modo drastico, nei tempi e nelle modalità!
    L’adesione a questo “miglioramento” che ci veniva “proposto” era semplificata e quasi forzata dal fallimento, dalla sconfitta “sul campo”, de facto, del sistema precedente.
    Il “miglioramento” al quale ci è chiesto di accingerci a mettere mano al finire di questo 2020, diversamente da quel si/no, assai semplificato, del Referendum del 1946, ci si presenta in modo molto più “sfumato”, da una lato, ma, a ben guardare, non meno drastico dall’altro.
    Il nuovo “referendum” al quale personalmente, da laico quale sono, mi sento chiamato a rispondere è:
    “ti riconosci come membro di questa Società Democratica come CITTADINO o come CONSUMATORE?”
    Ritengo che da questa scelta di fondo, ove, ovviamente condotta in modo consapevole, dipendano poi tutta una serie di conseguenze che coinvolgono in modo decisivo il “miglioramento” della Società (assetto del pianeta compreso!) che tutti assieme componiamo.

    • E allora apriamo un nuovo capitolo di discussione? Premesso che tu non sei un laico vero Franco, ma un religioso impegnato, solo adepto a un diverso credo, un credente senza divinità, ma con tanto impegno e riscontro nella vita vissuta, la ricetta riassuntiva è facile: abolire i fattori di rischio che ci hanno portato fin qui (ricordate il mio acronimo D.I.M.A.?).
      Grazie, due par di … dirà qualsiasi uomo di buon senso. Tuttavia già ammettere che stiamo vivendo nell’era del “casino capitalism”, sì, Keynes si espresse proprio con un termine italiano per indicare l’era dell’hybris finanziaria che paventava, dicevo già affermarlo è molto. Perché il resto è tutta una manifestazione mimetica, a partire dall’uso della natura come un capitale da sfruttare e su cui riversare… i derivati, che siano debiti o immondizia o CO2 è lo stesso!
      Le ricette ci sono, a livello di comunità, territorio, nazioni, ma bisogna far presto, perché è tipico dell’hybris, dell’ubriaco, non vedere, anzi negare il pericolo.
      Intanto mi piace molto quest’aria di commistione fra Associazioni che sento, e l’uso coatto del merzzo informatico viene a pennello. A questo proposito mi sembra giusto ricordare quanto già embricate siano fin dalle origini e nello scambio di figure chiave: UNI e GAC e UNI Cremascolta, Cremascolta filosofico…
      Per quanto ci riguarda per ora continuiamo così, in un processo cognitivo che ci renda maturi nelle opinioni, pronti al dibattito.
      Sviluppiamo i temi, verdi, economici, politici in senso apartitico, e avremo fatto la nostra parte di impollinatori.

  • Gli italiani sono maturati? Siamo secondi, dietro il Belgio come numero di decessi, per numero di abitanti.Chi ha scritto editoriali sviolinando sulle ritrovate qualità italiche ha parlato troppo presto, e c’è chi ha pure pubblicato libri dedicati a quanto siamo diventati bravi, maturati, rispetto ad altre nazioni. Abbiamo una medicina di base allo sbando. Pure Giuseppe Conte che si contenga nelle sue dichiarazioni da avvocato della maturità degli italiani. Una vergogna, altro che maturità, mentre continua la strage, ogni giorno, con numeri tremendi.

    • Falla di sistema che è sotto gli occhi di tutti.
      La graduatoria delle migliori Sanità del mondo è fatta banalmente vedendo quanto si muore per le cause sanitarie più comuni. Da questa si evince che se devi proprio farti venire un infarto o il diabete, meglio che ti venga in Italia che negli U.S., e fin qui, nonostante la contrazione di spesa, restavamo al decimo posto. Ma la discrepanza contagi/morti colpisce. E allora invocherei, visto che i provvedimenti sui contagi funzionano, condizioni geo-climatiche, età media, assenza di misure cautelari a tutela delle RSA nella fase iniziale, numero di patologie. C’è modo e modo di far statistica.
      In altre parole, perché il male ha addentato la Lombardia con tale violenza? Per gli stessi motivi per cui si muore di più. E ringraziamo il Signore, o chi per Esso, di non essere in Svezia, dove i fattori di rischio sono infinitamente più bassi, ma le rianimazioni sono oggi sature al 99%!

  • C’e modo e modo di far statistica, ma ci dev’essere modo di farla correttamente, e continuare a a dimenticare le proporzioni di positivi rispetto agli abitanti è un modo sbagliato di far statistica e di raccontarlo agli ascoltatori, ai lettori. È pigrizia giornalistica.
    La mia impressione è che in questi giorni l’informazione Rai, soprattutto Tg1 e Tg2 abbia scelto di comunicare il “bollettino Covid”, volutamente come quinta o sesta notizia della giornata, e cioè tagliandola fuori come fatto di primaria importanza. I decessi, tanti, tantissimi sono citati con mezzo imbarazzo e non spiegati, non analizzati i motivi di cosi tanti morti in Italia dentro il notiziario. Si rimanda a inchieste che saranno trasmesse in altri orari. Perché? Mettere il dito nella piaga durante il notiziario con le famiglie a tavola disturba, i commercianti protestano che poi sale la depressione e la gente non spende, e le direzioni giornalistiche Rai si adeguano. Statistiche frettolose, e gli ottocento, settecento morti al di’ passano in fondo al notiziario, quasi un sordina come una storia imbarazzante e pure noiosa.

    • Ciò che conta on è quanti siano ii morti, ma la sofferenza degli ammalati vivi, per questo la malattia di inizio millennio non deve essere sminuita. Peccato che questa mattina, trovandomi nuovamente in Rianimazione in Ospedale, non avessi in mente queste osservazioni, per discuterle con quelli che a miei tempi erano “i giovani” e ora sono i medici più esperti. Non che, nonostante l’entusiasmo di ogni nuovo incontro, abbiano tempo di stare a far filosofia, ma si sarebbero sicuramente sbottonati.
      Quindi rispondo senza dati: la mortalità è un segno della caduta di efficienza della medicina territoriale.
      Interventi ad alta tecnologia troppo tardivi, oltre alle motivazioni già esposte: età, comorbilità… Quando il Sistema agisce è ancora d’eccellenza, ma in Svezia, dove ci sarebbe da processare molta gente per le decisioni prese, in fin dei conti le cose, di fronte a un impatto enorme di infezioni, sono andate percentualmente meglio. Quindi?

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