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ADRIANO TANGO

Un nuovo PIL da canzoni e poesie?

Dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi il Prodotto Interno Lordo (PIL) è stato usato da ogni paese come unità di misura dei propri successi e la sua crescita è stata messa al centro delle politiche nazionali, e precisamente a opera di Franklin D. Roosevelt, di cui sono un ammiratore.
Da allora, e senza soluzioni di continuità, far crescere il PIL è stato il nostro mantra.
Ma molto presto sono partite le critiche, di tutto rilievo, le bordate di J. Maynard Keynes o di Bob Kennedy, solo per citare le più colorite (Si può far crescere anche scavando buche – Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta).
Ed è quindi partita la frenetica caccia all’alternativa, e non si può che citare qualche soluzione proposta:
Genuine Progress Indicator- GPI
Human Development Index- HDI
Subjective Well Being – SWB
Benessere Interno Lordo – BIL

Ora, essendo io cresciuto nel periodo in cui si assegnava un coefficiente numerico alla salute e possibilità di sopravvivenza della gente (DRG), dovrei essere il più acerrimo nemico di quello che io stesso chiamo in genere il maledetto PIL.
Eppure ragionandoci e informandomi…
Già, perché prima dell’aziendalizzazione della Sanità si pagava a piè dio lista, ricoprendo tutti i disavanzi a spese della collettività, e così prosperavano sacche di improduttività (Ospedali colabrodo che costavano cifre incontrollabili di gestione, stipendi per posti di lavoro clientelari…)
E allora, mica scemo Roosevelt, e anche Keynes che da oltreoceano gli dava le dritte, perché, dovendo ripartire da zero dopo il disastro, in qualche modo era il caso di misurare se il progetto portava a reali benefici. E notare che la prima e unica supertassazione della ricchezza era stata accettata, a misura della gravità percepita da tutti, non solo dagli indigenti, della situazione.
Ho capito, state pensando perché non ho digerito il pranzo del sabato!
No, la mia percezione è quella di una nuova, attuale, virata stretta, e quindi della necessità di una nuova unità di misura del nostro “buon comportamento”.
E quindi questo PIL lo buttiamo a mare? Ma con i confronti con i resto del mondo economico come la mettiamo? Già, perché la nostra madre terra non può tollerare un minimo di sfruttamento in più “per far PIL”, ma d’altra parte proprio l’emergenza in atto, la grande paura della sesta e imminente estinzione di massa, richiede energie economiche fresche; perché già Indira Gandhi, in decenni meno angoscianti, ci avvertiva che ai poveri non si può richiedere lo sforzo di un risanamento.
E allora la proposta, in stile Cremascolta: teniamocelo pure questo rozzo strumento, ma riempiamo il paniere di beni immateriali, di frutti del nostro ingegno italico apportatori di benessere anche economico, invece che di oggettistica e metalmeccanica di cui tutti ormai siamo saturi.
E guai a chi dice che con l’immateriale non si mangia: la fame non c’è, mentre è ormai scontato che la cultura è quella cosa che si mangia.
Dati pre-covid sui settori dell’immateriale culturale creatore di PIL: il 16% !
E si può andare ben oltre!
Anche una poesia, una canzone, uno spettacolo, producono PIL, non solo un’automobile.
Arricchiamolo questo paniere!
Per il nostro spirito, per il nostro pianeta.

ADRIANO TANGO

15 Mag 2021 in Economia

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