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ADRIANO TANGO

La rivoluzione delle pillacchere

In un mondo che, a parole, guarda con orrore al mainstream, orrore ancor maggiore desta la massima offesa (presunta) alla dignità: la pillacchera, macchia ancor più disdicevole sul vestito che sulla coscienza, grido di raccapriccio quando il capo di vestiario ritirato in lavanderia porta il fatidico cartoncino che declina ogni responsabilità, perché non c’è tecnologia

In un mondo che, a parole, guarda con orrore al mainstream, orrore ancor maggiore desta la massima offesa (presunta) alla dignità: la pillacchera, macchia ancor più disdicevole sul vestito che sulla coscienza, grido di raccapriccio quando il capo di vestiario ritirato in lavanderia porta il fatidico cartoncino che declina ogni responsabilità, perché non c’è tecnologia di lavaggio che quella macchia la possa rimuovere. E il primo pensiero che viene in mente: non mi resta che metterlo nella prima ruota della Caritas degli indumenti usati, perché chi avrebbe il coraggio di indossarlo?
E la macchia, segno di infamia, per quanto noi sappiamo che non lo è di sporcizia, ci caratterizza forse come dei poveri diavoli? Dei barboni? E se fosse?
Non è neanche questo il problema, ma la macchia in sé, che confondiamo forse con stimmate di malattia!
Dite la verità, accarezzate affettuosamente un bel cane dalmata pezzato, ma di fronte a un uomo affetto da vitiligine avete un attimo di perplessità; o no?
Penso che sia questa la via interpretativa giusta, quella del conformismo esasperato fino a sublimarsi nell’omogeneità cromatica, cutanea e tissutale.
E notare che anche il presunto anticonformismo della moda grunge si è spinto fino allo strappo, al rammendo, lo stinto, ma la macchia… brrrr che ribrezzo!
Tu sei macchiato, hai un segno d’infamia, io no!
E allora, insolitamente breve, propongo una nuova moda di Macchiaioli, ma di vesti, magari vestiti macchiati con tanto di cartellino del prezzo ben in evidenza. Una moda del finto carrozziere d’auto, o pizzaiolo, manutentore di scarichi fognari, ricca di finte pillacchere, sbavature, arabeschi…
E scusate la riflessione amara sulla nostra possibilità di seria opposizione anticonformista: ma dove vogliamo andare con questa testa?
È domenica, mi sono sfogato!

ADRIANO TANGO

30 Mag 2021 in moda

13 commenti

Commenti

  • Perchè ti stupisci Adriano? Fuor di metafora, l’abito non corrisponde alla nostra pelle? E le macchie sulla pelle, tu parli di vitiligine e fosse solo quello, sei un medico, lo sai bene, un neo o peggio, hanno sempre rappresentato un campanello d’allarme per tante malattie, da quelle antiche delle pestilenze al sarcoma di Kaposi dell’Aids, e conseguente paura. Pure le macchie che per l’età compaiono sulle mani, sul viso rappresentano un disagio, come lo è un basalioma che ti ipertrofizza il naso come a Cyrano de Bergerac se non te lo bruci o incidi con tanto di plastica. Credo che i dermatologi lavorino moltissimo con la paranoia estetica di giovinezza e bellezza della pelle. Di conseguenza le padelle su un vestito rappresentano, e lo sarà sempre, sinonimo di mancanza di salute o trascuratezza. Fa parte tutto dell’estetica dei nostri tempi, tra salutismo e chirurgia estetica, che magari bello o bella fuori, ma dentro carne frolla come la definiva Gottfried Benn. Come non ricordare Tintoretto che dipinge la peste evidenziando pustole, bubboni e petecchie. L’anticonformismo che tu auspichi Adriano non si concretizzerà mai, continueremo a far lavorare lavanderie e dermatologi. Pochi pomeriggi fa, dal mio barbiere, attento osservatore, facevamo alcune considerazioni sull’età che avanza e del bisogno dimostrarsi in ordine contro un corpo in decadenza che allo stato naturale il più delle volte suscita ribrezzo estetico da compensare con una buona doccia, capelli tagliati e abiti stirati e puliti contro la sciatteria che noi ometti di una certa età non possiamo permetterci. I ragazzi giovani, sdruciti, sudati e spettinati possono essere anche belli da vedere, segno di vitalità, e immaginare in loro una forma di ribellione contro l’ordine formale a cui noi siamo costretti appunto per evitare sguardi commiserevoli o compassionevoli.
    Se i vecchi puzzano di sudore è perchè non si lavano, una ragazzo puzza di sudore perchè ha appena fatto una salutare corsa. Ma sto divagando e ritorno al mio barbiere che osserva che soprattutto i maschietti soli e di una certa età la padelle le portano senza rendersene conto, perchè si sa, lavare e stirare è sempre stato notoriamente storie di donne. Li riconosco subito i vedovi o gli zitelloni, dice. Quindi le macchie di cui tu parli, pelle o abito, saranno sempre sinonimo di malattia o trascuratezza. Non ci liberemo mai da questo conformismo. Diamoci un’occhiata in più prima di uscire la mattina.

  • Avevo una morosa attenta alle pillacchere, alle macchiette anche invisibili a me, non a lei, che mi faceva constatare la presenza dell’unto, con occhio infallibile. Cosi, portavo quel capo, ancora, che lavarlo costa, quando lei era assente, tanto la macchia solo lei riusciva a notarla. E ricordo un paio di jeans, che avevano uno strappo, segno d’usura, e mi fu detto: ma non hai un’altro paio? Ero ragazzo, e i Levi’s li portavo anche la festa, apposta, che non costavano due . Poi, negli anni, le braghe le si è strappate per scelta, addirittura con tagli di coltello, a squame. Pota! Le cose, e le mode cambiano; così anche le pillacchere, le si può ostentare, che fanno cool, come dicono quelli che fan finta di sapere l’inglese. Come i tatuaggi a ragnatela sul collo, che a vederli a distanza, sembra sporco di meccanico, di uno che ha lavorato sotto l’auto e poi ha dimenticato di passarsi il sapone.

  • Non costavano due lire. Mi scuso.

  • Oggi prima uscita, non solo post epidemica, ma post colecistectomia di mia moglie. Sirmione, e non c’è più il negozietto specializzato in bavaglie personalizzate. Peccato, ma poi mi son detto, allora siamo in tanti a impataccarci se c’era un negozio specializzato! Strano, da quando avevo la mia bavaglia, anche senza metterla, mi macchiavo di meno. Potenza dell’interirizzazione punitiva stimmatologica dell’abito!
    Secondo ricordo: un pranzo lì vicino con coppia d’amici bresciani, lui scrittore e maestro elementare (corretto?), uno di quelli che letto “Repubblica” attacca “Il manifesto”. Mi impatacco, e lui solerte: “Metti il golfino che così non si vede!”
    Ma porco Giuda, manco la visione di sinistra delle cose del mondo come antidoto al perbenismo del vestiario?
    Anna, tu che sei donna e le patacche le becchi al volo, come la past morosa di Marino, che ne dici?
    Eppure io non mi arrendo: uno stilista che lanci questa linea prima o poi lo trovo! (meglio prima per limiti d’età).

    • Caro Adriano, a Sirmione, che si va a passeggio a sgelatarsi, nella lingua di terra che si allunga sul lago, s’indossano i golfini belli, eccetto i turisti tedeschi che stanno a Bardolino, a Padenghe in campeggio che si muovono anche con le infradito e se ne fregano delle macchiette sulla maglietta, del pensiero di sinistra e si godono il sole, e il lago che ricorda il centinaio di laghi tedeschi, con in più il sole, che da loro è avaro.
      A Sirmione ci stanno le villette dei bresciani con le palanche; i sciuretti che indossano l’accappatoio bianco all’hotel delle terme, e c’è il passato, la villa della Regina della lirica, i fascisti che tiravano sera, negli anni della Repubblica di Salò, mentre i poveracci si bagnavano in mare, abitudine popolana, anche villana, mentre il lago era chic, tanto da signori.
      A Sirmione è rimasto il giretto delle esperte delle macchie invisibili sui golfini regalati ai compleanni; e Luca Guadagnino fece di Sirmione il lido di Crema, per ìl film internazionale, con una scena suggestiva, un pezzo d’archeologia, che vicine son le grotte di Catullo. Un film fascinoso e fasullo di realtà, come sovente è il cinema che vive di immaginario, non di realtà. E Sirmione è un presente ancora termale e di gelaterie, ed è meglio vederlo dalla passeggiata di Padenghe sul Garda, una linguaccia, una striscia lunga lunga, la torre del castello, il bosco delle grotte, la Duse, fascisti di ieri e bresciani che fanno sgobbare i migranti, con il Suv nero e i vetri oscurati, elettori di Salvini.

    • Ciao Adriano! Le macchie le becco al volo non perché sono donna ( esistono aimè donne più macchiate degli uomini) ma perché ho avuto una buona maestra! Mia madre era una maga a smacchiare le “cause perse”… vino, erba, colori indelebili. I suoi intrugli segreti coi detersivi saranno patrimonio della mia famiglia per generazioni. Ogni tanto i bianchi ingialliti li faceva bollire col perborato in un pentolone che le streghe medievali le avrebbero invidiato, ridando così alla biancheria di cotone nuova vita.
      Quanto mi manca🥰

  • E’, Adriano, fratellone mio, non sono più i tempi dei …”cavalieri senza macchia”!
    I “cavalieri” di oggidì (e magari anche di ierl’atrodì!) di macchie, magari sulla coscienza, sulla ….fedina, ne portano, ne ostentano, magari anche, e poi, se le smacchiano con le prescrizioni e, se del caso, con le leggi ad personam!
    Mala tempora…….

  • Marino mi dà una dritta: ” i turisti tedeschi … se ne fregano delle macchiette” Una patria anche per me!

    • Gli italiani fanno in genere molta attenzione al vestiario, l’accostamento dei colori, e nelle città, anche quelli di campagna, fanno lo struscio, con le camiciole al meglio, che fa figura essere nella moda dei tempi. Ricordo un signore tedesco molto rispettabile, gentile, plurilingue, e di buona scuola, con un mestiere importante, che veniva in Italia in vacanza con la famiglia al seguito, famiglia residente con bel giardino poco fuori il centro di Stoccarda, che partecipò una mattina allo struscio del sabato, su da Via Mazzini senza neppure le ciabatte, neppure i calzini. Entrò, a piedi nudi in gelateria, che gli avevano detto che il gelato a Crema è squisito.
      Eccetto Londra, ricordo città del nord d’Inghilterra, che al supermercato Tesco, si vedeva gente che indossava la tuta da ginnastica con le scarpe di cuoio, giovani con la cravatta e gli orecchini a croce, chi aveva il giaccone e chi in canottiera, che fuori tirava un vento gelido, ma non per loro. Figurarsi se si preoccupavano delle macchie d’unto o di fango. Anche perché, per entrare in casa, in campagna, bisognava spesso superare il terreno bagnato e fangoso, e il primo locale di accesso in casa, era uno sgabuzzo con allineati gli stivali di gomma, macchiati di terra , con cui si usciva di solito nei campi a portar fuori il cane.
      Gli italiani e le italiane sono belli, ben vestiti e pitinfi, le ragazzette a volte smorfiose, e gelide, bevono poco, e questo non aiuta.

    • In effetti teorizzo a vuoto, perché mia moglie mi marca stretto e poca pillacchera mi concede. Eppure quando in un campeggio slavo vidi arrivare due roulotte scalcagnate dietro due splendide fuoristrada, da cui escono due nanerottoli barbuti con cappellacci e abiti sdruciti, e uno di questi ha tirato fuori due prismi in cemento che ha messo al posto dei piedini del rimorchio, ne sono stato attratto, e ho trovato il modo di farci amicizia: si son rivelati due professori di liceo di Lione, e mi hanno anche fatto visitare l’interno delle loro regge a rotelle, una con tanto di madia della nonna inchiodata alla parete. Col cavolo che per tre settimane di ferie spendono per il rimorchio bello! Siamo diversi!
      Però sono anche un ipocrita, perché poi le donne ben vestite mi piacciono. Bene e poco anche meglio.
      E doppiamente ipocrita quando poi critico la gente dell’Est o gli Statunitensi per come vestono.
      Fine del mea culpa.

  • E poi, ci sono le macchiette resistenti. Le cause perse, nella bella espressione scelta da Anna.
    Cedo la parola a uno scrittore vero, Juan Carlos Onetti: “Devo ricreare il piccolo mondo distrutto solo con una macchia su un vestito nuovo, un’unghia rotta, giorni di febbre, pioggerelle improvvise, piedi gelati, l’aria della costa, il punto vita sul tuo corpo di un tempo”. (Estratto da “La vita breve”, nella nuova traduzione di Gina Maneri, Ediz. SUR, 2021, pag. 162). Solo una macchia resistente, di un romanzo intenso che costringe a una grande attenzione, leggendolo; e di macchie amare, nel testo di Onetti, ne compaiono….Non c’è smacchiatore, lavoro delle vecchie zie, che possa…
    Del romanzo citato, migliore e imperdibile è la prefazione di Mario Vargas Llosa, per l’edizione italiana, Einaudi, del 2010; piuttosto della postfazione di Sandro Veronesi per l’edizione SUR, meno illuminante.

    • Bravo

  • Cremascolta, e metter le cose per iscritto in generale, serve ad analizzare. Ecco perché ogni tanto il mio angelo a tradimernto mi rimprovera con un secco: “un’altra macchia!” Non è una questione di pulizia., ma di ruolo attribuito alla fisicità corporea: sono sempre pieno di lividi, piccole ustioni, stimmate di traumi che non ho avvertito, perché troppo distratto, perché, come afferma il suddetto sublimato d’amore, “ma non puoi smettere di pensare ogni tanto e vedere cosa stai combinando” Oppure “Ma possibile che cambi stile di guida a seconda dei tuoi pensieri? Sembra una cavalcata su un asino!”
    Del resto l’espresione “Il coprpo è un bastardo” è proprio mia; povero corpo, camicia inclusa…

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