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IVANO MACALLI

FRAGILITA’ E POTERE

FRAGILITA’ E POTERE Sembrerebbe semplice trovarne il significato in un dizionario “Che oppone scarsa resistenza al male fisico e morale, quindi debole, gracile, poco fermo” o in un compendio/bigino di psicologia. Se non fosse che ogni termine si presta a tutte le ambigue sfumature interpretative. Così da poter dire che esiste la fragilità buona e cattiva

FRAGILITA’ E POTERE
Sembrerebbe semplice trovarne il significato in un dizionario “Che oppone scarsa resistenza al male fisico e morale, quindi debole, gracile, poco fermo” o in un compendio/bigino di psicologia. Se non fosse che ogni termine si presta a tutte le ambigue sfumature interpretative. Così da poter dire che esiste la fragilità buona e cattiva e non lo dico semplicemente io, esistono dignitosissime scuole di pensiero o politiche, ovviamente, che dividono il mondo in garantisti o giustizialisti, così che dipende dal pubblico ministero o giudice che si incontri la valutazione di questa fragilità. Delle nostre in genere si preferisce non parlarne, a meno che non siano palesemente visibili, o altrimenti si giustificano in relazioni di causa/effetto ammantandole di intellettualismi o semplicemente psicologismi sempre a nostra difesa. La fragilità degli altri è altra cosa, sempre impietosi con gli altri e benevoli con noi stessi. Perché le nostre fragilità sono appunto quelle buone, a meno che non deflagrino in comportamenti che poi dovremmo affidare al giudizio degli uomini o di un codice civile o penale che sia. Quelle degli altri tendiamo a giudicarle come cattive. Piccolo preambolo per una lettura all’insegna del titolo di un fatto raccontato da qualche settimana da tutti i media e che tutti conosciamo. Sto parlando dei fatti avvenuti all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere e che verrànno liquidati in un processo penale che comunque terrà conto verosimilmente della “fragilità” dei protagonisti . Tanta giurisdizione ormai la contempla. Ma poi spiegherò meglio il concetto. Dico questo dopo aver letto un’intervista, e qui si parla di fragilità cattiva, ma anche buona, che come dimostra la letteratura giuridica potrebbe entrare a pieno titolo nella discussione, rubricandola nell’elenco delle possibili attenuanti, e qui ritorna buona, a cui la lettura antropologica dei crimini ci ha civilmente abituati. Perchè appunto il termine si presta a quella lettura giustificatoria di tutte le azioni di cui l’uomo si rende volontariamente o involontariamente protagonista. Ma ora arrivo al punto con la consapevolezza raccapricciante di come appunto la fragilità governi il mondo. Fosse la fragilità di un genitore, di un insegnante o di un prete quando ancora governavano negli oratori. Per non parlare della fragilità politica, magari nelle dittature, di cui appunto i manuali di psciologia e psichiatria si sonooccupati. E mi interessa proprio questa di sfaccettatura: la fragilità che diventa potere autorizzato e legalizzato. Lo scenario lo conosciamo tutti, guardie carcerarie armate di manganelli “conviventi” con detenuti inermi senza possibilià di difesa. L’intervista a cui ho accennato è ad uno scrittore-attore-regista che per errori giovanili la realtà del carcere l’ha vissuta in prima persona, per rapina e spaccio di droga Si chiama Gaetano Di Vaio e ha 53 anni e negli anni 90 ha vissuto nel carcere di Poggio Reale l’esperienza drammatica denunciata dai video che tutti abbiamo visto. Riporto dall’intervista alcune considerazioni sul tema del titolo:
“Per questo non ci sto più gioco dei due cori:” Sono mele marce”. “No, quando mai, è marcio tutto il sistema”. E tutto resta com’è. L’esperienza mi ha mostrato che lì dentro, guardie e carcerati vengono in gran parte dallo stesso mondo, stessi svantaggi, stesse fragilità. Allora non dico: aprire le celle. Ma aprire le teste, gli sguardi. Investimenti formativi e continua manutenzione di quelle teste”.
E ancora:
“il mio percorso è quasi un clichè su chi nasce ai margini, già condannato. Nelle periferie dove sono morte la politica e la lotta civile, uno come me, dieci figli nella precarietà, o si uccide da solo, magari con la droga che a 20 anni mi aveva ridotto a una larva, o si fa uccidere”.
E poi:
“E fa cadere le braccia il teatrino della politica tra chi difende la penitenziaria e chi sta con i detenuti. Ma c’è un problema enorme di povertà culturale, di mancanza di risorse, di strutture fatiscenti. In definitiva: è un sottoproletariato contro altro proletariato”.
Concludo:
“ A parte la quota di orientamento di estrema destra, secondo cui la repressione violenta resta purtroppo un valore (Salvini e le sue dichiarazioni a caldo, salvo correzione di tiro successiva), e lì c’è poco da fare, dall’altro c’è un unico vero intervento che dà i suoi frutti: quello formativo, educativo per chiunque metta piede in un penitenziario”.
E queste ultime righe chissà da quanti verranno classificate come retorica e basta. In tutti i casi, se lo spirito è questo, dal sistema carcerario così come è concepito e dal circolo vizioso reato/pena, vittime e carnefici non ne usciremo mai.
Quindi fragilità contro fragilità la storia continua uguale.
E scusate le lungaggini, ma questa mattina non ho avuto il tempo per essere più breve ( citazione da non ricordo chi).

IVANO MACALLI

10 Lug 2021 in Senza categoria

12 commenti

Commenti

  • Forse, data la foto introduttiva, avrei potuto titolare Lasciate ogni speranza voi che entrate.

  • Si Ivano, credo anch’io che il titolo sarebbe stato più appropriato (anche a prescindere dalla foto!).
    La nostra Costituzione all’ art. 27 recita:
    “……Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato….”.
    Evidente che quanto filmato dalle videocamere di sorveglianza nel carcere di Santa Maia Capua Vetere violino palesemente, clamorosamente, vergognosamente i principi della Costituzione, e , per lo meno, evidenzino ….”sitemi di rieducazione” assolutamente inaccettabili per una società civile!.
    Pur non avendo nessun tipo di esperienza diretta in proposito, credo che il problema della detenzione carceraria dei condannati sia problema scottante, mai davvero affrontato con la dovuta coscienza e serietà dal Parlamento legiferante e dai Ministri aventi responsabilità diretta in materia.
    Come cittadino, facente parte di una società che si definisce civile e democratica non posso che inorridire e vergognarmi per quando accaduto e documentato, senza che siano stati immediatamente messi in atto i provvedimenti disciplinari conseguenti, una volta appurate le resposabilità ai diversi livelli.
    Temo che la situazione carceraria in atto nel Paese si sia deteriorata fino ad un punto di ….non ritorno quale quanto accaduto che documenta la terribile, drammatica “bestialità” (mi si passi il termine che fa solo torto alle “bestie”!) dei rapporti tra agenti di custodia e detenuti.

  • Francesco, si dice che la civiltà di un paese si misuri proprio dalle sue carceri.

  • Beccaria, Pellico, Foucault, quanta letteratura e saggiatica. Eppure.. rimane solo Manconi. Io credo che la condizione del detenuto, qualsiasi colpevolezza, sia la peggiore che ad un uomo possa capitare. Fare i bravi anche solo per quello. Senza addentrarsi in ciò che é giusto o sbagliato, morale o immorale. Rispettare le regole anche quando ci sembrano sbagliate.

  • Concordocon te e con Gaetano Di Vaio. Fra l’altro chi sa se era lo scrittore ex carcerato che venne a presentare a Crema. LA PAROLA CHIAVE E’ MANUTENZIONE.Intendo lavoro di gruppo guidato da tecnici.

  • Non lo so Adriano.

    • Visto il film di mio “cugino americano” Ray Tango, di Tango e Cash? Direi che la violenza dell’ambiente la descrive benino! Ovvio che le guardie hanno paura! Se lo scrittore che è venuto a Crema è lo stesso disse chiaro che chi cede è sopraffatto. In una situazione così solo il gruppo può salvare. Fragilità è paura, ma anche aggressività. Ma nel’ebventyo c’è di più: connivenza, organizzazione criminosa anzi: spezzare gli anelli, col solito sistema, gli infiltrati.

  • Già, si dice anche spezzare le catene, un padre violento cresce figli violenti, chi ha subito violenza la ripete, generando un circolo vizioso dove la fragilità si perpetua, come si perpetuano rabbia, desolazione e voglia di riscatto a tutti i costi che non sempre si concretizza. Peccato poi che manualoni di psicologia, sociologia non risultino mai di nessun supporto, nè per i carnefici nè per le vittime. Il più delle volte tutto si incista, si incancrenisce. E’ il solito problema educativo, familiare o sociale che sia, insieme a questa divisione in caste che ancora esiste che guai a mescolare sangue, onori e fortune. Come non serve a nulla ribadire che in un mondo più gusto certe “sociologie” si smorzerebbero, a meno che non ci si convinca che il male e l’ostilità siano insiti nell’uomo e impossibili da sradicare. Ma già si andrebbe fuori tema e io non so se avrei gli strumenti per un’analisi lucida capace di superare gli stereotipi dei quali ci nutriamo. O altrimenti l’indignazione, che però anche quella non basta. Stamattina sul mio giornale c’è un lungo articolo di interviste a detenuti che titola “Come vitelli”, titolo ricavato dalle intercettazioni. Testimonianze dure e già il titolo smentirebbe quello che diceva Marino della svolta torinese e moderata di Repubblica. Ma poi? La manutenzione, certo che va di pari passo con la prevenzione. Hai ragione Adriano, educazione permanente, ma non solo per invogliare a leggere libri e stare informati e critici verso quello che avviene, ma per imparare a trasformare un buon pensiero in buona pratica. E’ molto probabile che molti della penitenziaria si pentiranno, io non ci credo, magari dopo sentenza, e che questa non si limiti come si usa di solito a spostare una mela marcia da un cesto all’altro, ma appunto serva a quell’educazione permanente che però in caso di dura condanna si potrebbe prestare a ravvedimenti che però sarebbero vanificati non solo dal carcere, ma magari dal licenziamento. E qui varrebbe uguale anche per i carcerieri che indossate le vesti del detenuto li farebbe ripiombare in quel circolo vizioso o buco nero che vedrebbe i protagonisti rimanere allo stadio in cui erano o peggio retrocedere. Meno male che non faccio il Magistrato. A meno che le carceri non diventino per tutti quella possibilità estrema di rieducazione che tutti auspicheremmo. Facile a dirsi e difficile da farsi.

    • Qualcosa è andato storto: già, perché quando nel 1959 con la famiglia di origine soggiornavo presso Alghero (mio padre sceglieva per l’estate lavori in aeroporti che conciliassero soggiorni familiari), vedevo dei signori a strisce che lavoravano i campi, e mio padre mi spiegò che erano carcerati. Ma allora le cose sono andate indietro in oltre 50 anni! Il senso della pena riabilitativa era già presente e operativo!
      In conclusione devono essere pochi, per poter dedicare loro delle risorse, e se ne deve fare una cultura.

  • Si Adriano credo anch’io che ….. “le cose sono andate indietro in oltre 50 anni!”!
    E’ la cultura che è andata indietro, è il rispetto per la persona che è andato indietro, è l’empatia che è andata indietro, si è seminato troppo egoismo, aggressività e supponente ignoranza ed il “raccolto” è questo che del quale ci ….pasciamo!
    E se andremo avanti con i Salvini, i Renzi, le Meloni ed i loro “amplificatori” mediatici, giornaloni in primis, purtroppo, sarà anche peggio!

  • Draghi e Cartabia, ieri discorso durissimo sui diritti calpestati. Una promessa che verrà mantenuta? Certo, non siamo in Egiitto qui, con Zaki in carcere da 1 anno e mezzo senza processo.

  • A proposito di massacri, ricordando i fatti di Genova, Michele Serra fa oggi questa considerazione: ” alcune delle istanze di quel movimento, vent’anni dopo, sono nell’agenda dei capi di governo e dei summit internazionali, a partire dall’emergenza climatica, dalla necessità di modificare modi e tempi della produzione, di restituire dignità al lavoro, di imbrigliare lo strapotere del capitalismo finanziario. Non erano così “estremiste”, dunque, quelle parole d’ordine, se oggi sono oggetto di buoni propositi nelle più autorevoli stanze del pianeta.” Chiusa la citazione vorrei ricordare che all’epoca Ministro degli interni era Scaiola, e Fini, vicepresidente del Consiglio, presidente Berlusconi, si precipitò nella sala operativa della questura di Genova.

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