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FRANCESCO TORRISI

Ma l’uomo è ciò che mangia?

Hanno innescato in me una profonda riflessione le parole di una lettera aperta inviata ad un quotidiano da NINO GALLONI, ECONOMISTA, EX DIRETTORE GENERALE DEL MINISTERO DEL LAVORO.

Il tema della lettera aperta era centrato, nell’abito della infame guerra che si sta combattendo sul suolo Ucraino, su tutta la narrazione circa i cereali e l’olio di semi bloccati dalla guerra, nelle navi dei porti ucraini (ucraini fino a quando?!?) con conseguenze che specie per uno sprovveduto come me in materia, sono di assai difficile definizione.

L’Ex direttore generale del Ministero del lavoro, esordiva dicendo:” ….ci sarebbero alcuni aspetti da osservare meglio. In primo luogo, quei prodotti, certamente per quanto riguarda l’Italia e gran parte d’Europa, non erano destinati alla alimentazione umana, ma agli allevamenti intensivi di animali da carne e da latte…..” si, gli allevamenti intensivi di animali da carne e da latte! Nel mio forse non attentissimo ascolto dei media sul tema, la mente andava subito alle carestie e stragi conseguenti per i popoli Africani, mentre questa persona esperta, indubbiamente assai ben informata sui fatti, mi delineava uno scenario diverso assai, non solo, ma proseguiva così: “….Alcuni allevatori siciliani mi hanno detto che avrebbero abbattuto i capi perché costava meno che procurarsi il loro cibo a prezzi più alti; altri allevatori, veneti, mi hanno fatto sapere che avrebbero liberato gli animali per farli pascolare liberamente.

Ora, a parte la polemica sulla salute umana, legata al superamento degli insani allevamenti intensivi, sembrerebbe che ne venga un gran bene per gli animali e per noi: la vittima è unicamente la logica della concorrenza sui soli costi (e non sulla qualità) che tanti guai ha già creato ai consumatori….”..

Quindi, a detta dell’esperto, con una progettualità di medio lungo termine adeguata, potrebbe anche essere che ….”u mmale porta bbene”!

E subito dopo, peraltro l’ex Direttore ritornava allo scottante tema “Africa” in questi termini:

…Per quanto riguarda l’alimentazione umana fuori dall’Europa, ad esempio in Africa, non è in arrivo la catastrofe, ma, al contrario, la necessità e la possibilità di riprendere le produzioni locali di cereali, ostacolate, per decenni, dai prezzi bassissimi delle importazioni da Nord America e Ucraina. Il problema, semmai, sarà dopo la guerra (ammesso che essa duri qualche altro semestre e non subisca la temuta escalation termonucleare): i governi africani che avranno fatto lo sforzo di mettere in produzione i loro terreni, accetteranno, fra due anni o anche prima, di ritornare a importare solo perché potranno arrivare nuovamente cereali a basso prezzo da Ucraina o Canada? Penso di no: e questa sarebbe la fine della globalizzazione e il ripristino di normali forme di protezione delle economie nazionali.…”

E concludeva, tornando in contesto Italia/EU, con considerazioni di possibile prospettiva positiva rispetto all’opportunità che ci viene offerta rispetto all’uscita dall’ottica liberistica pura, speculativa ci aggiungerei io:

…Questa guerra, ci sta portando fuori dal liberismo puro, lontano dalla globalizzazione e confermando vieppiù la raggiunta multipolarità del pianeta. Da questo punto di vista si apre, soprattutto per l’Italia, la possibilità di riaffermare tutto il suo potenziale produttivo basato sulla rilocalizzazione economica che, se non riguarderà i prodotti della tecnologia, richiederà un forte ripristino delle attività tradizionali che non rappresentano, di certo, una componente marginale delle nostre società.”

Come dire? Mi si è accesa una luce che, a condizione che il nostro “atlantismo” evolva in senso meno supinamente succube, ma più protagonista della nostra specificità socio culturale, storicamente radicata in modo sostanziosamente differente rispetto all’approccio oltreoceano, dal “piano Marshall” in poi, consente di definire obiettivi diversi di sviluppo, più rispettosi degli equilibri del pianeta e della salute psico/fisica dei viventi, uomini e no!

FRANCESCO TORRISI

09 Giu 2022 in Ambiente

4 commenti

Commenti

  • Centro! E aggiungo, senza dover rinunciare alla rotazione dei terreni fin ora vigente, secondo normativa europea, che ne ha concesso la deroga, così da metterli tutti in produzione di granaglie. Per ch io vorrà proprio la fettina dovrà così accontentarsi di quanto allevato con l’erba raccolta su campi a riposo. E resta poi il problema deli biocarburanti, degli impianti di biogas, che richiedono ampio apporto di mais, presunto di scarto.

  • Francesco, é l’autarchia di cui si é parlato molto, anche in questa sede, tanto tempo fa. Che vorrebbe dire la separazione delle produzioni, dimenticando però che un tema come l’ambiente richiederebbe quella globalizzazione che in questo momento dà filo da torcere. Mi chiedo: é ancora possibile la globalizzazione un po’ si e un po’ no? In Italia, ad esempio, fino a che punto potremmo essere autosufficienti? Certamente il caffè continueremmo a comprarlo dal sud America. In Sicilia ormai si foltivano frutti tropicali, ma questo significa appunto che il clima da noi si sta tropicalizzando. E se tutto questo parlare di ambiente ci riportasse indietro nel tempo con buona pace degli oceani e senza più erosione delle nostre coste dovremmo ricominciare a comprare gli avocado dai paesi caldi. E lasciamo stare il tema energia. Io credo che tutto questo comporterebbe una rivoluzione culturale alla quale non siamo pronti né capaci. P.s. : sto scrivendo da uomo comune contro il parere di espertoni di cui é pieno il mondo, ma che ci hanno portato a questi punti.

  • Il rispetto dell’ambiente, l’ecologia, l’ambientalismo, sono questioni nate in ambiente urbano, non in campagna. E l’ambientalismo politico dei Verdi europei, nelle loro formazioni politiche europee o extraeuropee, su ciò che produciamo, mangiamo, è maturato in città, spesso, in realtà di grandi città. Anche sull’aggressione degli sciacalli della Russia di Putin, gli ecologisti tedeschi, e non solo tedeschi, e del nord d’Europa, hanno avuto una posizione precisa a difesa della resistenza ucraina, e della fornitura di armi all’Ucraina. A differenza di ecologisti di seconda mano come sono gli amici di Grillo, a cui la Russia di Putin non dispiaceva affatto.

  • Mah, Marino, per me sono risultate davvero stimolanti sul tema tema le conconclusioni che ne ha tratto Galloni e che mi sono permesso chiosare anch’io (le riporto qui di seguito per facilitare la comprensione):

    – “…Questa guerra, ci sta portando fuori dal liberismo puro, lontano dalla globalizzazione e confermando vieppiù la raggiunta multipolarità del pianeta. Da questo punto di vista si apre, soprattutto per l’Italia, la possibilità di riaffermare tutto il suo potenziale produttivo basato sulla rilocalizzazione economica che, se non riguarderà i prodotti della tecnologia, richiederà un forte ripristino delle attività tradizionali che non rappresentano, di certo, una componente marginale delle nostre società.”

    Come dire? Mi si è accesa una luce che, a condizione che il nostro “atlantismo” evolva in senso meno supinamente succube, ma più protagonista della nostra specificità socio culturale, storicamente radicata in modo sostanziosamente differente rispetto all’approccio oltreoceano, dal “piano Marshall” in poi, consente di definire obiettivi diversi di sviluppo, più rispettosi degli equilibri del pianeta e della salute psico/fisica dei viventi, uomini e no! –
    Tutt’alro, complessissimo discorso e di tutt’altro registro, quello del “…sostegno alla difesa della resistenza ucraina, e della fornitura di armi all’Ucraina….”, alla quale hai fatto riferimento nel commento, che proprio non ho minimamente affrontato in questo post.

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