menu

MARINO PASINI

CESARE PAVESE, I GRANDI ORIZZONTI E LE PARENTESI CHIUSE.

Corrono già settant’anni, perchè il tempo non va adagio, dalla morte di Cesare Pavese, non uno scrittore che si è letto soltanto. Non un autore di romanzi e racconti e basta. Per un giovanissimo negli anni delle manifestazioni studentesche, per chi si sgolava o alzava il pugno chiuso intruppato, nel buio della stanza, nei momenti

Corrono già settant’anni, perchè il tempo non va adagio, dalla morte di Cesare Pavese, non uno scrittore che si è letto soltanto. Non un autore di romanzi e racconti e basta. Per un giovanissimo negli anni delle manifestazioni studentesche, per chi si sgolava o alzava il pugno chiuso intruppato, nel buio della stanza, nei momenti in cui si rischiava di affogare in un bicchier d’acqua, si tornava ai propri guai, si leggeva Pavese. Più che una lettura era un’immedesimarsi. Si era Pavese. A Bra, Fosdinovo, Pontenure, Guastalla, Casalpusterlengo, Crema, ovunque si era ragazzi un pò impacciati con le ragazze, affamati di libri, a sfogliarli anche sulla tazza del water, le incertezze di Pavese uomo erano le nostre incertezze.

Cesare Pavese veniva dalle colline delle Langhe, un paesino di vigne, Santo Stefano Belbo. Era di temperamento tristotto, sempre a crogiolarsi, solo, nel lato buio della strada, ma era di un’apertura mentale, curiosità e dotato di sensibilità finissima. Studiò duramente, e nonostante fosse diventato colto e raffinato come pochi, scriveva come se impugnasse attrezzi poveri per lavorar la lingua e scarnificarla; adoperava un linguaggio asciugato, povero, di strada, che sapeva di sudore, sapore di provincia, le difficoltà del comunicare. Pavese portò l’America in tasca e la trasferì nei suoi racconti, l’America nera e dei grandi orizzonti. Raccontò l’ansia di vivere, la solitudine, le colline come mammelle, donne sole e tradite: sartine, commesse, amori che sfumavano nell’impotenza, dentro la grande Storia che incalzava, la guerra, l’impegno politico che si mescolava e a volte schiacciava la letteratura. Gli anni del Partito Comunista come chiesa due, in cui rifugiarsi e non sentirsi più soli, ma parte di una speranza collettiva. Lui che era un individualista cronico, si sforzò di vincere la sua naturale ritrosia ed entrò nel mondo letterario, allora come ora, carico di serpi, d’invidiosi, anche di militanti con lo sguardo perso verso il sol dell’avvenir, provando, senza riuscirsi, ad essere, Pavese il solitario, l’individualista,  un’altro. Ma Pavese stava sempre indeciso tra il marciapiede e la strada, a camminare nello scolo scuro, guardando le stelle. Ma era la sua vita privata, le sue cadute, i suoi amori bucati (la donna dalla voce rauca, l’attrice americana Constance Dowling) in cui molti lettori e lettrici si specchiavano. Letteratura e vita erano con Pavese fatica e sangue, roba che si paga di persona. Pavese visse a Torino, poi per un pò frequentò la Capitale, ma sono le Langhe il palcoscenico privato delle sue storie, il luogo in cui tornare, trovare pace, provare a spiegarsi nelle malinconie in cui affondava.

Pavese non fu un narratore di prima grandezza, e i romanzi, i racconti brillarono qualche estate, poi diventarono oggetti e letture anche obbligate di studio scolastico, anche se aprivano parentesi illuminanti su quegli anni, il dopoguerra, parentesi che si chiusero, però; e già negli anni ’80 i lettori pavesiani calarono vertiginosamente. Ma Pavese fu un grande poeta, non del tutto apprezzato come si dovrebbe, le liriche di “Lavorare stanca”, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, ancora oggi splendono e incantano per la bellezza, l’intensità, la modernità. Strappano dentro. Poi, Pavese è stato un intellettuale vero, di qualità come pochi. Scoprì e portò in Italia grandi autori americani allora sconosciuti nel belpaese. I suoi scritti di letteratura raccolti in “La letteratura americane e altri saggi”, insieme alle lettere (tutto materiale pubblicato dall’Einaudi, casa editrice per cui a lungo lavorò) sono una lettura irrinunciabile per chi ama la letteratura. Pavese è un esempio di intellettuale sincero e letterato puro, di sensibilità aperta su ciò che accade nel mondo, le orecchie bene aperte sulla realtà, nel mestiere, difficile, di vivere in cui inciampò.

Una buona scuola che vuol raccontare cos’è stata la letteratura italiana del Novecento non può rinunciare a Pavese, i cui orizzonti culturali andavano lontano, lui che era figlio nato e cresciuto in un paesino, in terre di colline, in cui girovagava con la giacca in spalla, le scarpe impolverate; orizzonti che scavalcavano e si tuffavano nell’oceano, i Mari del Sud.

MARINO PASINI

31 Ago 2020 in

1 commento

Commenti

  • NDR – Con il consenso dell’autore aggiungo, in coda al testo originario, un testo “appendice” scritto dallo stesso Marino Pasini il 19.08.2021:
    ” Ho scritto che Cesare Pavese è una parentesi letteraria chiusa per le nuove generazioni. Sbadigliai anch’io da ragazzo; pensavo ad altro – sicuro che era così -, quando professor Bordo si alzò dalla cattedra caracollando morbido da sinistra a destra, come se avesse le molle sotto le scarpe, si dette una passata sui corti capelli a spazzola, e alla lavagna scrisse alcuni versi di una poesia di Pavese, “Lo steddazzu”. “Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno / in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara / che l’inutilità. Pende stanca nel cielo / una stella verdognola, sorpresa dall’alba…./ la lentezza dell’ora / è spietata, per chi non aspetta più nulla.”
    Cosa mi fece cambiare atteggiamento, anni dopo, non saprei spiegarlo; nemmeno il perché portavo a spasso Pavese, come si portano, da bambini, i bambolotti a passeggio. Ci parlavo; litigavo; lo lanciavo contro il muro, dicendogli: vattene: porti sfortuna! Poi, era di nuovo in tasca, compagno di capriole, del pensiero, bianca nuvola sulle dita.
    Sta il fatto che le Tesi di laurea dedicate a Pavese continuano a fioccare; autori di letteratura foresta, dicono di aver scritto il loro racconto con in testa la figura umana, i libri, di Pavese. L’ultimo periodo della sua vita è rappresentato con successo a teatro, Barcellona, Londra, persino in America. La giornalista argentina Lleila Guerriero, pubblica in Spagna, “Los suicidas del fin del mundo”, una cronaca di dodici suicidi avvenuti tra il 1997 e il 1999 in una piccola località della Patagonia, Las Heras; e la giornalista cita nella presentazione del suo libro “Il mestiere di vivere” di Pavese: fu la mia bussola, per orientarmi, per aiutarmi a capire, cos’era accaduto, disse.”

Scrivi qui il commento

Commentare è libero (non serve registrarsi)

Iscriviti alla newsletter e rimani aggiornato sui nostri contenuti