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MARINO PASINI

Jill Abramson – “MERCANTI DI VERITA'”

Jill Abramson, giornalista americana e docente universitaria, con “Mercanti di verità” il business delle notizie e la grande guerra dell’informazione, (edizione italiana Sellerio 2021), ha scritto un librone di oltre settecentocinquanta pagine, che copre poco più di un decennio (2007-2019), raccontando storie e travagli di quattro organi d’informazione americana: New York Times, Washington Post, BuzzFeed e Vice. I primi due, storici, prestigiosi, mainstream come si dice oggi, in un certo senso “oracoli” del notiziario politico, dell’establishment, delle inchieste, da lunghi anni e fino alla comparsa di Internet; BuzzFeed e Vice, nati da menti creative che hanno fiutato l’enorme potenziale “sbaraglia campo” delle nuove tecnologie digitali, più che puntare ad essere “sentinelle della verità”, hanno conquistato il pubblico giovanile con contenuti divertenti, irriverenti, leggeri puntando sulla condivisione, utilizzando fin da subito sistemi algoritmici sempre più elaborati, che facevano il lavoro “sporco”, dicendo quali temi facevano faville e quali no.
Perché interessa anche a noi Italiani, europei, il librone di Jill Abramson, nonostante la mole, e il dubbio che non saranno molti i lettori a leggerlo fino in fondo? che ci sono dettagli (anche troppi) che riguardano litigi, notizie bucate, invidie, dimissioni e omissioni, pranzi e cene, direttori che vanno e vengono? Incluso lo shock della sconfitta della favoritissima Hillary Clinton contro il cacciaballe seriale Donald Trump?
“Mercanti di verità” è un libro importante perché racconta con serietà, senza pregiudizi, il travaglio del giornalismo, la fine di un’epoca pur gloriosa, le redazioni falciate dai licenziamenti, il crollo delle vendite cartacee, l’emorragia e la chiusura di molti giornali locali. La trasformazione dei grandi giornali in gruppi di lavoro aziendali, con riunioni fra giornalisti e specialisti di business che chiedono progetti giornalistici in grado di fornire ricavi, attirare contratti pubblicitari. Quindi, il nuovo ruolo del cronista oggi è doppio, custode (se riesce), pure mercante, che serve a vendere la notizia sennò si chiude, quando si produce informazione. Questa la nuova realtà. Un nuovo ruolo che solleva dubbi e interrogativi.
Carlo Levi, l’autore di “Cristo si è fermato a Eboli” diceva che il linguaggio è importante, le parole sono pietre. Ma gli anni passano, le cose cambiano. Le parole, oggi, si son fatte leggere come l’aria; le bugie, le notizie false sono l’altro virus in circolazione ovunque. Persino i fatti avvenuti, se pubblicati o postati dal giornale “nemico” diventano frottole costruite per consolidare l’opinione dei lettori fedeli, rinsaldare le opinioni. Non ci sono più fatti, verità uguali per tutti. Si arriva a smentire anche l’evidenza. Tutto, ormai può essere confutato (a meno che ci sia un omicidio filmato con zero dubbi sull’autore, il movente, la vittima); tutto si può smentire: un risultato elettorale, la corruzione, l’interesse privato nella gestione pubblica, l’evasione fiscale, inquinamento delle prove, le balle raccontate, i provvedimenti dannosi, le promesse non mantenute. La scomparsa dei fatti è un dato inquietante, una sconfitta del buon giornalismo che crede nel peso reale e morale di una notizia. Purtroppo, nel caos contemporaneo della Rete, noi utenti/clienti/consumatori/pubblico, vediamo che i fatti veri e falsi si mischiano in una melassa che confonde. E sono sempre di più coloro che si fidano del loro “oracolo” personale, o gruppi ristretti dove si consolidano le proprie opinioni. Negli Stati Uniti il 91% degli elettori Repubblicani, secondo un recente sondaggio crede solo a ciò che dice Donald Trump; e il 63% si fida, oltre il proprio oracolo, degli amici e familiari. Questa la situazione, oggi. L’avvento di Donald Trump, che Anne Applebaum, l’autrice di “Twilight of Democracy” considera ormai fuori dal gioco politico, previsione ottimistica e sbagliata, è stato un pugno nello stomaco per i grandi giornali, gran parte delle TV americane; fra quei giornali liberal che hanno sempre cercato il difficile equilibrio dai fatti separati dalle opinioni, con giornalisti specializzati, un tempo nelle redazioni, a controllare la faziosità di un editoriale, un titolo, un articolo.
I tweetstorm quotidiani di Trump dominavano ed erano spesso al centro dell’informazione. Le false notizie di Trump contro i giornalisti, una mossa strategica mirata a infiammare e polarizzare ulteriormente il pubblico. Il gioco ben studiato è quello di far credere che le verità del New York Times o dell’Washington Post sono una fissa dei liberal delle aree urbane e cosmopolite. Le teorie cospirative, complottistiche alimentate e amplificate dalla Rete crescono e sono un problema inquietante, poiché conquistano lettori e persone. Cresce lo scetticismo sui fatti e le notizie. I lettori più giovani non sono più attratti dallo stile formale e distaccato dei tradizionali organi d’informazione. Anche sul Web, quasi nessuno legge gli editoriali dei giornali. Il giornalismo investigativo che impiega tempo e risorse per stanare le sue prede, sta passando di moda sostituito dal giornalismo “horse race”, notizia che corre, giornalismo che si affida ai sondaggi. E le inchieste sono caldeggiate se sono scandalistiche, dossieraggi di parte, con soffiate di informatori interessati.
“Mercanti di verità” racconta il crollo di un mondo culturale, politico, giornalistico. Il cuore del giornalismo americano era il maccartismo, erano i diritti civili, il Vietnam, Watergate. Poi, è arrivato Internet e la sua rivoluzione (l’ultima vera rivoluzione) che nel disordine scombussola , ribalta, distrugge o confina ai margini, e fa comparire nuove attrici, attori, nuovi metodi, gestioni. Cambia anche il verso, la musica. E non sappiamo ancora le conseguenze di questa rivoluzione. La Rete sta creando migliori cittadini, più liberi, che preferiscono la qualità alla paccottiglia? La Rete, libera, pare essere un pericolo per i governi autoritari; e al contrario, genera confusione e peggiora la qualità dell’informazione nelle democrazie?
Il taglio nelle redazioni, la rincorsa dei grandi giornali anche nelle sezioni online per argomenti divertenti, leggeri, ha impoverito altre sezioni dei giornali. E il risultato, poi, è stata la copertura lacunosa alla guerra in Iraq; quella sull’attività di sorveglianza sui cittadini da parte delle agenzie d’intelligenza USA. L’incapacità di riconoscere le forze, le ragioni che avevano portato all’elezione di Trump. Il grosso calo dei ricavi pubblicitari dei grandi giornali, e la crescita pubblicitaria esponenziale dei nuovi concorrenti, tutti digitali, BuzzFeed, Facebook, Google. Le nuove abitudini ormai consolidate: i giovani che preferiscono guardare piuttosto che leggere. Più che l’accuratezza, la fattura di un buon articolo, conta la quantità, i titoli sparati e accattivanti. La tendenza dei siti online di sfruttare le notizie prodotte dai grandi giornali per commentare, ricamare e generare nuove notizie “parallele”. Un esercito di sfruttatori delle notizie altrui, spacchettate, fino ad essere modificate. I contenuti scelti in base alle emozioni che inducono alla maggiore condivisione. L’inclinazione verso notizie, verso cose che i lettori “guardoni” non avrebbero mai ammesso pubblicamente di proprio interesse. L’utilizzo di video sbarazzini, cuccioli di cani e gattini, che in Rete spopolano. Con le redazioni online composte di pochi giornalisti che passano il tempo a spulciare internet alla ricerca di contenuti stravaganti e divertenti.
Il rischio è che il futuro del giornalismo è di essere al servizio della pubblicità; saranno i contratti pubblicitari a muovere dietro le quinte il contenuto, e ad essere il punto d’appoggio decisivo nella scelte delle inchieste e delle notizie?
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Jill Abramson
“MERCANTI DI VERITA'”
Il business delle notizie e la grande guerra dell’informazione.
Edizione italiana Sellerio 2021

MARINO PASINI

10 Gen 2022 in

5 commenti

Commenti

  • ” ….Non ci sono più fatti, verità uguali per tutti. Si arriva a smentire anche l’evidenza….”
    Un giornalista de nojartri, rampante, che qui nel “paesone” andava per la maggiore, mi sentenziò: “per fare il giornalista bisogna esser bastardi dentro”!
    Quale ha da essere la deontologia professionale di chi fa il mestiere di giornalista?
    Come e quanto è lecito che la proprietà, la pubblicità, entri nell’influire sulla narrazione dei fatti?
    I “fatti” e la loro “narrazione” oppure una “narrazione” che si “crea i fatti” che le servono?
    E poi, la “carta stampata”, con i suoi tempi, l’esigenza di un lettore che si dia il tempo per leggere (sempre che la sua attrezzatura culturale gli consenta di farlo) può ancora reggere la sfida con con i social, le TV, la rete?
    E comunque, quanto deve entrare la parte “pubblica” nell’editoria (carta e video) rispetto a quella “privata”?
    Si, val la pena di ragionarci su, per davvero, Marino.

    • I problemi sul futuro del buon giornalismo sono tanti. Intanto sappiamo che le edicole vendono poco, eccetto gingilli per i bambini. Il digitale notiziario è ciò che legge la maggioranza della popolazione, saltando di qua e di là. Approfondimenti pochi, che la pigrizia impazza. Ci sono negli Stati Uniti giornalisti licenziati che hanno creato nuovi organi di stampa online, come ProPublica che si è specializzata in inchieste, che vende alla stampa nazionale. Il sovranismo, il nuovo nazionalismo detta legge; il giornalismo indipendente o è in galera, o minacciato, o è costretto a cambiare mestiere per campare.

  • Cerchiamo un parallelo con culture tribali chiuse per capire dove andiamo a parare. Penso che l’informazione da sempre sia stata monopolizzata. Pensiamo al cantore, l’unico gay del villaggio, che passava fr le tende al mattino a cantare il notiziario. Mica se lo inventava credo! Ma per rompere il monopolio esistevano strutture transnazionali. La famosa tenda Tatanka ad es, che unificava genti diverse. Tuttavia anche questa funzionava quasi come una massoneria. Almeno sappiamo che l’uomo ripete sempre gli stessi errori politici! Tuttavia le assemblee avevano alti gradi di libertà: a ognuno era concesso alzare il perizoma e mostrare i genitali all’avversario politico di turno, cantandogli la propria verità. Si potrebbe provare per le elezioni presidenziali…

  • L’informazione è sempre stata controllata e manovrata, oltre che monopolizzata da gruppi industriali, partiti politici, governi, milionari quasi sempre interessati a indirizzare l’informazione (eccetto il periodoche The Washington Post è stato proprietario di una famiglia che credeva nella libertà dell’informazione, finché nuovi eredi hanno deciso di vendere il giornale). Poi c’è la faziosità delle linee editoriali anche volute dal loro direttore maschio o femmina. Ci sono rari esempi di cooperative giornalistiche, che magari stanno in piedi, a fatica, con sottoscrizioni, e sussidi governativi a pioggia.
    “Il Fatto Quotidiano” mi pubblicò, l’ho già detto, circa 45 “pezzi” nella pagina delle lettere, in due anni, e la collaborazione gratuita s’interruppe per un diverbio via mail che ho avuto con Marco Travaglio. Da allora non ho piu’ visto pubblicato più niente. Il dubbio che il diverbio abbia contribuito ce l’ho. Se vai fuori linea, e sei nessuno, sparisci, perché ogni direttore di un giornale manovra e impasta le notizie come meglio ritiene opportuno. Tra verità e realtà, ma è un dibattito complicato da farsi, ci fu un grosso querelle tra Beppe D’Avanzo e Travaglio, su “Repubblica” che non fini’ a insulti, ma ci andò vicino. Anche Ezio Mauro ha scritto parole dure del giornalismo di Travaglio (fin troppo dure) e del “Fatto Quotidiano, citate da Giampaolo Pansa in “La Repubblica di Barbapapa’”.

  • Querelle è femmina

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