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ANNA ZANIBELLI

TUTTI PAZZI PER IL CANALE VACCHELLI

Non so perché il Canale Vacchelli mi sta così simpatico. Forse perché sono figlia di un appassionato pescatore e, da piccola, accompagnavo spesso mio padre in perlustrazione dei nostri corsi d’acqua. Forse perché mio nonno amava tanto trascorrere i pomeriggi d’estate giocando a briscola alla mitica “baracca” dei pensionati, sulla banchina del Canale a Trigolo.

Non so perché il Canale Vacchelli mi sta così simpatico. Forse perché sono figlia di un appassionato pescatore e, da piccola, accompagnavo spesso mio padre in perlustrazione dei nostri corsi d’acqua. Forse perché mio nonno amava tanto trascorrere i pomeriggi d’estate giocando a briscola alla mitica “baracca” dei pensionati, sulla banchina del Canale a Trigolo. O forse perché il mio bisnonno lavorava proprio per il consorzio irrigazioni cremonesi di Genivolta, nella zona delle “Tombe Morte”, il nodo di smistamento delle acque dove il Canale Vacchelli finisce.
Siamo una “famiglia d’acqua dolce”, dalla quale devo aver ereditato l’amore per la campagna fatta di rogge, di fossi, di fontanili.
Ma non sono l’unica! Da quando è iniziata la bella stagione il Canale Vacchelli impazza, è trendy, fa compagnia a moltissime persone. In questi giorni poi, con le restrizioni, i centri sportivi e le palestre chiuse, le ciclabili del Vacchelli non sono mai state così affollate.
C’è un mondo lungo il Canale, una grande famiglia dove, oramai, ci si conosce tutti. Mi rilassa e mi diverte macinare chilometri lungo il corso d’acqua ed entrare a far parte di questa bella comunità fatta di belle persone.
Gli appassionati di bici meritano sicuramente una speciale attenzione. Quelli che io chiamo i “biciao” ovvero i ciclisti che salutano tutti, sono i più allegri. Poi ci sono i “pionieri” con zaini, marsupi, e altri duemila accessori, che pedalano come forsennati con strisce di fango lungo la schiena.
I cosiddetti “pedali-molli” vanno talmente piano che non si capisce quale strana legge della fisica riesca a farli rimanere in equilibrio sulle due ruote. Gli “esuberanti” i quali, dopo averti sorpassato da alcuni minuti, riesci ancora a sentirli parlare.
Sul Canale si incontrano anche nuclei famigliari in bicicletta, senza bicicletta, con il cane o senza cane. Di solito percorrono solo due o tre chilometri, giusto un giretto dopo cena o per digerire il pranzo della domenica.
Poi ci sono i podisti che si allenano con fatica, quelli veri. Costoro meriterebbero di trovare qualche fontanella d’acqua potabile qua e là, soprattutto nei mesi estivi, poiché solo alcuni tratti del Vacchelli sono ombreggiati da filari di alberi.
Si incontrano anche i Vacchelli-dipendenti, cioè tutti i nonni che hanno vissuto il Canale fin da piccoli e ancora non lo abbandonano.
I naturalisti con macchina fotografica, autori di scatti meravigliosi mentre si godono una passeggiata all’aria aperta.
Gli adolescenti in moto da cross, che passano e interrompono il silenzio dei pescatori.
E infine loro, gli appassionati delle cose semplici: una canna, quattro esche, e il fiume per disintossicarsi dal tran tran quotidiano. Le passate si susseguono mentre l’attenzione viene catturata dai continui cambi di luce o da qualche airone bianco.
Il lavoro, gli impegni, le scadenze, le ansie, la fretta… Per fortuna in “modalità Vacchelli “ si scopre che, per essere sereni, basta veramente poco! Il cinguettio degli uccelli, il rumore di qualche mezzo agricolo, il fruscio rilassante dell’acqua che spazza via i pensieri e, col suo scorrere, sembra dirti: tutto passa.
Persino un meraviglioso cigno bianco, nelle ultime settimane, ha scelto il nostro Canale come abitazione, nel tratto Trigolo – Genivolta.
Anche voi, cosa aspettate a raggiungerci sul Canale Vacchelli? E se per caso intravedete nell’acqua qualche cavedano grassottello, mi raccomando: non ditelo a mio padre!

ANNA ZANIBELLI

11 Apr 2021 in Senza categoria

14 commenti

Commenti

  • Bel post, piacevole al solito, Anna.
    Sul tema vacchelli” ce n’era stato uno di Marino del 19 Mag 2020, quasi un anno fa, in Ambiente https://www.cremascolta.it/2020/05/19/tortelli-vacchelli-e-il-lontano-mare/
    al quale avevo commentato come riporto qui sotto:
    “Marino, i tuoi post mi piacciono sempre perchè trasudano vita vissuta, nella quale tutte le volte trovo spunti, collegamenti (pur non essendoci mai frequentati, anche per la piccola ma determinante differenza di età, ma solo intravvisti per caso), alla mia di vita!
    Il canale Vacchelli. Anche per me era oggetto di stentorei “caveat” da parte di nonni e genitori! E via con gli esempi terrifici di morti annegati e cadaveri gonfi portati fino alla “tumba” dal vial da Santamarea!!
    Poi da grandicello, già studente universitario, più autonomo, ne sono diventato frequentatore assiduo, scoprendo e approfondendo amicizia/frequentazione con altri habitué coi quali mi ritrovavo nella bella stagione al “casello 21” a passare ore all’aria aperta, magari a prendere il solo biotti e….ocio ka ria al treno!
    Uno di loro , davvero “eliomaniaco” allargava le dita dei piedi esponendole al sole, per ….faga ciapà al sul anke a lur!!!!
    E poi c’era il gioco/esercizio “dal pilù”: lasciarsi trascinare dalla corrente, draiati a piedi in avanti (dirigendosi con le braccia), fino ad appoggiarli saldamente al “pilone” di un ponte/puntesela, e giocare con la spinta della corrente con esercizi di ….. idrodinamica applicata; qualche volta accogliendo poi sulle spalle i piedi di un amico e così via, finchè la pressione della corrente non portava via tutti!
    Gran ricordi di unperiodo felice e spensierato di una vita fatta di cose, amicizie autenticamente semplici e dirette!”
    Speriamo che ….” porti bene” e, con la primavera, ci porti anche una ritrovata libertà di goderci il “nostro caro canale” (canale che con la TV non ha proprio niente, ma niente a che fare, neh!).

    • Bellissime osservazioni Francesco e bellissimo il post di Marino che ho riletto molto volentieri! Anche se sono di un’altra generazione ho avuto modo di vivere anche io belle esperienze lungo il Vacchelli o alle Tombe Morte. Al tempo della mia adolescenza erano la meta preferita delle domeniche pomeriggio con la compagnia, quando faceva caldo e si andava a “ puciare i piedi” 😄

  • “Siamo una “famiglia d’acqua dolce”: splendida affiliazione territoriale. Crema è una città d’acqua dolce, ma più da canali che da fiume (una volta la definii una città col fume invee che sul fiume, ora anche i fiume è più vissuto). Il canale ha le sue meorie transgenrazionali, come è stato nella tua famiglia, come per me, che appena arrivato nel 77 fui condotto sull’acqua (a cacia di lucci) e non certo per salate, e dalla memoria di infermieri miei coetanei si snocciolava l’epoea estiva di vita sul canale, da ragazzi, pare in una sorta di stabilimento balneare con tanto di bar abusivo, con tanto di goliardate e amoretti. E fu la prima cosa che dissi alla mia attuale moglie dopo la pria perlustrazione: qui ci possiamo fermare, è vivace, l’acqua scintilla dappertutto. E siamo al cruccio: le tombizzazioni, perché se Crema avesse ancora tutta la sua acqua il suo legame con Venezia sarebbe più stretto. Speriamo, speriamo di averne ancora tanta d’acqua, visto che i nostri post confinanti di acqua parlano, e il cielo di oggi, ancora per oggi, qualcosa ci porta a riforire i nostri canali.

    • Appena sveglio non dovrei scrivere! Ci avrò preso un tasto su due…

    • Ciao Adriano! Il 77… mamma mia quanto tempo! A Crema comunque c’è anche il Serio, del quale amici cremaschi vantano le belle passeggiate a piedi o in bicicletta. Lo conosco poco purtroppo.
      Mi piace l’accenno al legame con Venezia, città che adoro! Chissà quante belle iniziative ci saranno, speriamo di riuscire a godercele con questa pandemia… un abbraccio

  • Il Canale Vacchelli, che è entrato in gioco in spaccata, spaccando il territorio, e ha spaccato anche gambe territoriali, come fanno gli stopper per frenare l’esuberanza dei centravanti, è stato imposto dai potenti agricoltori cremonesi. L’agricoltura cremonese era, se non sbaglio, fra le prime tre in Europa per produzione, numero di addetti tra proprietari della terra, agricoltori, mezzadri, contadini, braccianti, collocatori, famigliole al seguito (solitamente numerose), qualità della produzione ed estensione delle coltivazioni. Il casalbuttanese Stefano Jacini ha studiato le caratteristiche, lasciando una documentazione interessante, che ho letto
    in parte: una sorta di studio pionieristico delle campagne padane, studio che ha cose in comune con quelli dell’economista Leopoldo Franchetti, anche quelli pionieristici sulle campagne siciliane. Jacini e Franchetti, entrambi liberali, conservatori, erano molto attenti ai problemi sociali, alla vita durissima dei contadini nelle campagne. Andrebbero riletti, e si capisce bene cos’era il nostro passato, che era tutta o quasi campagna. Mia madre voleva che i suoi figli fossero “fini”, non “bifolchi” di campagna. Era il suo assillo.
    Anna ha ragione, da vendere: per chi è cremasco, il Canale Vacchelli è stato un pezzo di vita. Con la pandemia, è frequentato più di prima. Quando viene il primo buio, la vista del Canale su Via Gaeta, tra le villette e la Ferriera, ricorda il grigio acciaio stridente delle vicine fabbriche abbandonate. Fa venire freddure malinconiche. Da ragazzo, avevamo quello: il Canale, per un po’ di refrigerio dall’afa, e ce lo facevamo andar bene per forza; e a parte i tafani a disturbar, un tuffo nell’acqua gelida lo si faceva, e c’era chi si portava pure lo shampoo. Al fiume non si andava più: l’acqua era già troppo sozza. Non tutti si bagnavano nel Canale; l’acqua spinge di brutto, ma bisognava pure tirar sera; e nei pomeriggi assolati, il Vacchelli era meglio che restare ad arrostire nelle piazzette del paesone.
    Con la pandemia, c’è gente che cammina ovunque. Dalla Melotta, al sentiero della Pavoncella, persino nei campi a Gattolino. E il Vacchelli, dove a volte corre la sindaca, in certi tratti, se non hanno ancora accoppato ogni pianta disponibile con la motosega, che usarla piace da impazzire certi cremaschi, più ancora che stare al “mare dei poveri” del Vacchelli, il Canale lo confondo con altri canali d’acqua mentali.. Corsi d’acqua dei racconti di Simenon, che amava i canali, ci navigava, e ci scriveva, tirando fuori una sedia e un tavolino dalla barca e passando un paio d’ore a riva scrivendo. E tra le farfalle, gli insetti, le tirate di pipa, sua moglie che prendeva il sole, il racconto lo terminava, che Simenon sapeva scrivere veloce, con poche correzioni, come quasi nessuno dei Grandi delle lettere.
    Ringrazio Francesco, che ha raccontato pezzi di storia vacchelliana che è stata anche la mia.

    • La realtà del fiume o, in questo caso, del Canale, è tipicamente nostrana e mi piace come l’ha descritta😊Condivido in particolare il suo pensiero sulle motoseghe. Sarebbe bello che questi percorsi fossero più “verdi”. Ombreggiati, freschi d’estate, magari con qualche fontanella, qualche panchina qua e là o zone di sosta. In questo modo potrebbero essere vissute meglio anche dai soggetti più fragili, da mamme con bimbi piccoli, da anziani… un caro saluto!

  • Cara Anna, un abbraccio.

  • Il Vacchelli, nei suoi pomeriggi balneari, la baia Santa Marea ( che è a Santo Stefano, forse un’altro mistero nostro), i foresti che ci fanno il barbecue, i ragazzi rumeni che si tuffano dai ponticelli, il trenino lumaca che fischia e passa con dentro nessuno, e ti domandi se c’è almeno il manovratore a guidarlo, questo quadretto estivo sarebbe piaciuto a Simenon. È certo un caso, una coincidenza, ma la scelta del gemellaggio di Crema con Melun, al di là di altri serissimi motivi che non so, è un piccolo buco di provincia a una cinquantina di chilometri a sud di Parigi, quasi periferia metropolitana come lo saremo noi, più avanti nel tempo con Milano, ed è un gemellaggio azzeccato. Centrato. Simenon era un figlio d’acqua dolce e salata: pioggia del Belgio, canali, fiumi, le dune d’Olanda e le isolette della Costa Azzurra, i laghi svizzeri, ed era fissato con il piccolo centro di Melun, che lo piazzera’ tante volte nei suoi romanzi, racconti, anche raccontandone il territorio quando era un giovane cronista antisemita. Il carcere di Melun, una delle poche attrattive, dove Simenon fa entrare e uscire alcuni personaggi; Il Presidente; Un Natale di Maigret.
    Per una volta i cremaschi l’hanno imbroccata con Melun: parola di Simenon?

  • Almeno questa l”ho imbroccata, e da anni: che Crema è più che altro, nonostante un certo fermento industriale che va e che viene, è un borgo-mercato. Prima, lo era degli agricoltori che che contrattavano le vacche sotto i portici del Duomo; oggi dei Grandi Magazzini. Crema è questo. Montichiari, e Treviglio, tra vent’anni, ma già ora in parte, soppianteranno altre cittadine nello sport, in un po’ di brodaglia culturale, e nella fieristica commerciale e industriale; pure nel numero di abitanti.
    E a Crema, a cui l’unica novità sono i supermercati, oltre i rossetti, anche “Natura Si'”, raddoppia, spostandosi vicino a Porta Ombriano, dove hanno morsicato le mura venete per anni, che ai cremaschi danno impiccio. Poi, si dice che a Crema non c’è varietà. Non in tutte le cose.

    • Vedo solo ora il post, Marino, e arrivo tardi. A Crema c’è varietà eccome, secondo il mio parere. Per noi, abitanti dei paesini, Crema è sempre stata “ la città”, più che Cremona sotto alcuni aspetti, quali la movida delle sere in centro, i locali pieni di gente, le attività sportive, i negozi, gli avvenimenti culturali. A Crema ho frequentato la scuola superiore e ho bellissimi ricordi. 😊

    • Brava Anna Zanibelli, lei dice proprio le cose come stanno.

  • Brava Anna, dici proprio le cose come stanno. Prima di finire a lavorare nel lodigiano, ho preso la busta mensile nei paesini, Bagnolo e Vaiano e Sergnano. Per uno che abita nei paesini, il paesone, la cittadina è tanta manna. Un conoscente di Barrow-in-Furness, cittadina nella Cumbria, regione del nord-ovest dell’Inghilterra, al confine con la Scozia, partì da Ombriano con le infradito per la strada che va in città, “in Crema”, come dicono i giovani cremaschi. Ero con lui, a piedi, con scarpe comode, e gli stavo un pizzico distante (non c’entra la pandemia, ancora lontana nel tempo); e ciabattando con il clac-clac delle infradito mi spiegò che lui, prima di Barrow, abitava a Dalton-in-Furness, paese grande quanto Offanengo con una delle antiche chiese capitozzate, nel lontano passato. Mi spiegò, con serieta che la gente di Dalton vestono male, mentre a Barrow molto meglio. Ma a dire il vero, il giorno prima, il tipo che ospitavamo a Ombriano, insieme alla morosa, amica d’infanzia della mia compagnia, girava in casa con i calzoni della tuta e le scarpe di cuoio. In casa con le scarpe, fuori a far strada tanta, con le infradito. Mi son detto: è colpa del suo passato a Dolton, o ha confuso un po’ di cose andando a vivere a Barrow?

    • Mah non saprei, di gente eccentrica in giro ce n’è tanta! 😄. In effetti si pensa che, in città, la gente sia vestita meglio. Per poi costatare invece che, proprio “nel mucchio”, ognuno gira come gli pare. Anzi, quello che nei paesini verrebbe guardato storto per l’originalità, in città fa pure tendenza!

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